La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa di Giuseppe Stefano e Roberto Bruno, rispettivamente di 27 e 23 anni, rendendo definitive le condanne a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso. I due fratelli, figli di Gianfranco Bruno, noto come “Il Primitivo” e affiliato al clan Moretti-Pellegrino-Lanza della “Società Foggiana”, erano stati accusati di aver minacciato il dipendente di un bar a Foggia, imponendo la loro autorità criminale.
I fatti
La notte del 20 gennaio 2022, i fratelli Bruno si recarono in un bar alla periferia di Foggia. Dopo aver consumato bevande, si rifiutarono di pagare e, di fronte alle rimostranze del dipendente, pronunciarono la frase: “Diglielo al padrone tuo, qua comandiamo noi”. Questo comportamento intimidatorio spinse il barista a confidarsi con un conoscente, esprimendo la volontà di chiudere temporaneamente l’attività per timore di ritorsioni. La conversazione fu intercettata dai carabinieri, che in quel periodo monitoravano il locale per altre indagini.
Le indagini e il processo
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bari, portarono all’arresto dei fratelli Bruno il 27 ottobre 2022. Inizialmente posti agli arresti domiciliari, furono successivamente trasferiti in carcere a causa di violazioni delle restrizioni imposte. Durante il processo, la difesa sostenne che non vi fosse stata alcuna minaccia esplicita né richiesta estorsiva, e che la frase incriminata fosse una reazione impulsiva senza connotazioni mafiose. Tuttavia, sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello di Bari ritennero che l’atteggiamento dei fratelli Bruno fosse una manifestazione della forza intimidatoria tipica delle organizzazioni mafiose, finalizzata a imporre la loro autorità sul territorio.
Il contesto familiare
Giuseppe Stefano e Roberto Bruno sono figli di Gianfranco Bruno, soprannominato “Il Primitivo”, elemento di spicco del clan Moretti-Pellegrino-Lanza. Gianfranco Bruno è attualmente detenuto, scontando una condanna a 14 anni e 10 mesi per essere stato il mandante di un triplice tentato omicidio. Inoltre, è stato condannato in primo grado a 18 anni di reclusione per traffico di stupefacenti nell’ambito dell’operazione “Araneo”
Le motivazioni della sentenza
La Corte di Cassazione ha confermato le precedenti sentenze, sottolineando che la frase “qua comandiamo noi”, pronunciata in un contesto di sopraffazione e intimidazione, rappresenta una chiara espressione del metodo mafioso. La minaccia implicita, unita alla notorietà criminale della famiglia Bruno, ha indotto nella vittima uno stato di soggezione e timore, costringendola a subire passivamente l’estorsione.










