È aggravato dalla premeditazione e dalle finalità mafiose il reato di omicidio volontario che viene contestato, tra gli altri, al colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, coinvolto insieme con altri tre indagati nell’ inchiesta della Procura di Salerno sull’omicidio del sindaco di Pollica (Salerno) Angelo Vassallo. A riportarlo è l’agenzia Ansa. Il defunto primo cittadino, è l’ipotesi degli inquirenti, sarebbe stato assassinato per avere scoperto un traffico di droga che approdava nel porto di Acciaroli. La vicenda del “sindaco pescatore”, soprannominato così per la sua vocazione ambientalista, risale al 5 settembre 2010.
L’altro carabiniere indagato è l’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, già condannato in secondo grado a 10 anni di reclusione per il suo coinvolgimento nel traffico e spaccio di stupefacenti al Parco Verde di Caivano. A lui, all’imprenditore scafatese Giuseppe Cipriano e all’ex capo del clan Ridosso-Loreto di Scafati, Romolo Ridosso, viene contestata la stessa ipotesi di reato in concorso. Queste accuse erano già stato formulate dai carabinieri del Ros di Roma e dall’ufficio inquirente coordinato dal procuratore di Salerno Giuseppe Borrelli in occasione di una serie di perquisizioni effettuate il 28 luglio scorso.
Il passato a Foggia di Cagnazzo
Il 25 luglio 2010 il vice questore Vittorio Pisani, sulla scorta delle rivelazioni d’un pentito – scrisse ItaliaOggi sul conto del colonnello arrestato per l’omicidio Vassallo -, accusò di favoreggiamento alla camorra Cagnazzo, all’epoca comandante del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, cuore avvelenato delle camorre. Cagnazzo godeva di un curriculum senza ombre – riportò ancora il quotidiano economico -, con centinaia di arresti di camorristi di tutte le possibili cosche. Cagnazzo non fu allontanato da Napoli come imposto dalla Dda con Pisani. Avvenne invece un fatto eccezionale di verso opposto nella storia giudiziaria italiana: 26 su 30 sostituti procuratori di Napoli firmarono un manifesto di solidarietà per Cagnazzo. Nonostante tutto, il militare fu trasferito a Foggia e non ebbe né la solidarietà dell’allora ministro Maroni e neppure quella dei vertici dell’Arma. Non la ebbe – scrisse sempre ItaliaOggi – perché il trasferimento fu voluto da Maroni e dal generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma.
Le due vicende, del vice questore Pisani e del colonnello Cagnazzo, messe a confronto dal destino beffardo, evidenziarono dettagli singolari. Un mese prima delle accuse a Cagnazzo, durante una visita di Maroni a Foggia, quel comitato provinciale della sicurezza chiese investigatori migliori per fronteggiare la nascente mafia garganica. Immediatamente, Gallitelli, decretò il trasferimento di Cagnazzo a Foggia. Maroni plaudì. La cosiddetta mafia dauna era robetta rispetto alla camorra e, come scrisse ItaliaOggi, trasferire Cagnazzo a Foggia era come nominare vescovo di Matera il cardinale Tarcisio Bertone. Cagnazzo s’oppose decisamente al suo trasferimento e declassamento, fiancheggiato pure dal comandante dei carabinieri della Campania, il severissimo generale Franco Mottola, altrettanto stimato dai piemme napoletani, che definì Cagnazzo ‘dio della polizia giudiziaria’. Poi arrivò la denuncia sporta da Vittorio Pisani e il trasferimento di Cagnazzo fu presentato come atto dovuto.
Cagnazzo lasciò dunque il nucleo investigativo di Castello di Cisterna, punta di diamante della lotta alla camorra in provincia di Napoli per recarsi a Foggia, al comando del Reparto operativo. Nella pratica: promosso a una responsabilità di livello superiore, ma in una provincia molto più piccola di quella di Napoli. Anche se — va sottolineato — nel Comitato nazionale per l’Ordine e la sicurezza venne sottolineato l’aumento dell’emergenza criminalità proprio a Foggia e venne deciso di inviare investigatori di alto rango. Cagnazzo promosso, dunque? A quanto pare lui non la pensò così e scrisse con rammarico: “Dopo sette anni lascio tra qualche giorno il comando del nucleo di Castello di Cisterna con grande amarezza, destinato d’autorità al Reparto operativo di Foggia. Trasferimento giunto all’improvviso che non mi ha permesso di salutare, con il rispetto e l’affetto dovuto, le varie autorità locali e gli amici veri (pochissimi)“. Tutto nella frase d’attacco della lettera, cui seguono i calorosi ringraziamenti ai magistrati, ai giornalisti, ai suoi uomini.










