Ad oltre un mese dall’agguato mafioso in viale Kennedy, proseguono senza sosta le indagini per fare luce sull’omicidio di Salvatore Prencipe, 59 anni, detto “Piede veloce”. L’uomo, che sembrava fuori dai giochi criminali dopo la scarcerazione nel 2015, era forse ancora all’interno delle dinamiche malavitose della città con un ruolo di primo piano, soprattutto nel mondo degli stupefacenti. Il capomafia, per anni al vertice del clan Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese, aveva infatti precedenti di rilievo anche nell’ambito dello spaccio di droga.
Dubbi e domande
Tanti i quesiti su quell’agguato, tra questi quello su un presunto tradimento. L’ipotesi, tutta da vagliare, ricondurrebbe a persone che in passato sarebbero state molto vicine al boss: se non le avesse tutelate – e sovvenzionate – mentre erano in cella? Se avesse pensato soltanto a rientrare da protagonista nella malavita foggiana? E se fosse stato eliminato perché ritenuto ormai ingombrante oltre che esponente di una classe dirigente mafiosa ormai vecchia e in declino? Le domande sono ancora tante e toccherà alla Dda di Bari trovare le risposte.

Si parte proprio dalle modalità mafiose utilizzate per uccidere il boss, particolarmente brutali: una fucilata al torace, l’altra in faccia per cancellargli i connotati. Secondo il codice criminale, chi tradisce il clan, o è sospettato di aver tradito, viene ammazzato con un colpo d’arma da fuoco in pieno volto. Dubbi anche sui killer, presumibilmente garganici, specialisti in azioni di tale ferocia. Ma se fosse stata una mossa per sviare le indagini? Anche questo punto è tutto da chiarire.
Prencipe, come detto, sembrava ormai un fantasma, fuori da alcun coinvolgimento nelle recenti, ed importanti, operazioni antimafia che si sono susseguite negli ultimi anni: “Rodolfo”, “Decima Azione”, “Decimabis” e “Chorus”. Eppure non è da escludere che il boss abbia continuano a muoversi sotto traccia, soprattutto nel mondo del traffico di stupefacenti, un ambiente che ha governato per anni, almeno fino al blitz “Poseidon” del 2004 quando venne arrestato proprio per droga.
Possibili collegamenti con altri omicidi
La morte del boss potrebbe essere collegata alla scia di sangue partita a Foggia alla fine del 2021 con l’omicidio di Pietro Russo in via Lucera. L’anno scorso, invece, vennero freddati Roberto Russo, Alessandro Scrocco, Alessandro Scopece, Agostino Corvino e Nicola Di Rienzo. Scampò invece alla morte Ivan Narciso, ferito da sicari ignoti.
Qualche legame tra queste vittime è già emerso: Scopece, detto “Cinghiale”, era molto vicino a Roberto Russo, tanto che sui social – dopo la sua morte – lo omaggiò con un video di musica neomelodica e la scritta “Sei il numero uno, non temevi avversari. Sei il mio pensiero fisso”. Russo era un volto noto agli inquirenti, coinvolto nel 2002 nel blitz “Pleiadi” che sgominò una rete di spacciatori tra Foggia e Cerignola.
Il fratello maggiore di Russo, Giovanni Russo detto “Giovanni di Foggia”, sarebbe legato al boss Raffaele Tolonese detto “Rafanill” (è il cognato), tra i capi della batteria Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Ma anche Scrocco aveva parentele scomode: il nipote Daniele Barbaro fu condannato in via definitiva per mafia ad 11 anni di reclusione per il blitz “Big Bang” quale affiliato al clan Sinesi-Francavilla e per concorso nel tentato omicidio del boss rivale Vincenzo Antonio Pellegrino alias “Capantica” (clan Moretti-Pellegrino-Lanza), commesso quando Barbaro aveva soltanto 16 anni.
Infine, il fruttivendolo Corvino, forse il più noto tra le vittime dello scorso anno. L’uomo, nipote del boss Tolonese, venne coinvolto in importanti operazioni antimafia come “Corona” nel 2013, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, ricettazione, spaccio di stupefacenti e sequestro di persona. Fu condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Fu ucciso mentre festeggiava il suo 50esimo compleanno.
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