Mafia, la fine dei “Baffino”. I fratelli (pentiti) di Mattinata custodi dei più grandi misteri della criminalità garganica

Lupara bianca, omicidi e tentati omicidi: il pentimento dei due pregiudicati potrebbe stravolgere definitivamente il mondo criminale del promontorio. Attesa per l’interrogatorio di Antonio Quitadamo

La fine della parabola criminale dei “Baffino” di Mattinata era nell’aria. Un tempo temuti da tutti, oggi Antonio e Andrea Quitadamo non fanno più paura. Prima scaricati dai propri alleati ed ora collaboratori di giustizia. Oggi non potranno più recare timore alla gente onesta del Gargano che per anni ha subito le angherie dei due pregiudicati, ma potrebbero far tremare decine di malavitosi di Mattinata, Manfredonia, Macchia-Monte Sant’Angelo e Vieste. I due hanno deciso di collaborare con la giustizia a poche settimane uno dall’altro. Prima Andrea, 33 anni, poi il fratello maggiore Antonio, 47 anni, per diverso tempo elemento apicale del clan dei mattinatesi insieme agli ex “compari” Francesco Scirpoli, Francesco “Natale” Notarangelo e Francesco Pio Gentile alias “Passaguai”, quest’ultimo ucciso nel 2019.

Si sgretola il clan di Matteo “A’ Carpenese” Lombardi, 52enne boss manfredoniano, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Silvestri. Lombardi e il figlio Michele “U’ Cumparill”, secondo quanto ricostruito dalla recente inchiesta antimafia “Omnia Nostra”, sarebbero i nuovi vertici dell’organizzazione criminale garganica, rivali del clan dei montanari, Li Bergolis-Miucci-Lombardone.

La frangia mattinatese dei Lombardi era proprio capeggiata dai Quitadamo. Il fratello maggiore Antonio veniva indicato persino come “il sindaco di Mattinata” allo scopo di ingannare una vittima di estorsioni. Così lo presentava un agente immobiliare, intermediario per l’acquisto di una casa con terreno che avrebbe anche coperto la latitanza del boss. Povera vittima un anziano, da 40 anni trapiantato in Germania, ignaro di ciò che era diventata la “farfalla bianca del Gargano”.

“Mi fu presentato come il sindaco di Mattinata – le parole della vittima agli inquirenti – e Quitadamo e suo fratello mi assicurarono che non avrei mai avuto avuto nessun problema ed io, tranquillizzato ed orgoglioso di aver conosciuto il sindaco, salutavo e ringraziavo i presenti, per quello che mi avevano detto. Quindi andavo a casa e telefonavo al mio compagno, spiegandogli che avevo conosciuto anche il ‘Sindaco di Mattinata’ che mi aveva assicurato che non sarebbe successo nulla e su quelle parole chiedevo al mio compagno di fare il bonifico, di circa quarantamila euro, se non ricordo male, per perfezionare l’acquisto. In realtà non convinto del tutto di aver incontrato veramente il sindaco di Mattinata andavo su internet a visionare le fotografie collegate al nome Quitadamo Antonio e lì mi accorgevo che avevo conosciuto, in realtà, un importante criminale di Mattinata. Insieme a lui riconoscevo anche la foto di Notarangelo Francesco che mi era stato presentato, sempre dall’immobiliarista, presso un hotel di Mattinata. Tentavo quindi di ritirare i soldi della compravendita, ma ormai non ero più in grado di ritirare il bonifico e quindi decidevo di prendere definitivamente il possesso dell’abitazione. Iniziava da allora il mio calvario, che mi ha portato a denunciare per estorsione il Quitadamo”.

I fratelli “Baffino” hanno imperversato per anni, coinvolti in numerosi fatti di cronaca come il tentato assalto ad un blindato nel 2015 (operazione “Ariete”, processo in corso), l’assalto consumato ad un portavalori a Bollate e la tentata evasione da film di Antonio Quitadamo dal carcere di Foggia (blitz “Nel nome del padre”). Si erano letteralmente e militarmente appropriati di pezzi del territorio del Comune di Mattinata, interi ettari dove gli inermi proprietari terrieri erano costretti al silenzio, sopraffatti da angherie e violenze. Un altro fratello dei “Baffino” è stato licenziato da un’azienda di rifiuti in virtù della legge antimafia.

Poi però, qualcosa nel clan si è rotto e lo dimostra la lunga serie di pentiti, appartenenti alla stessa organizzazione. Prima i viestani Giovanni Surano, Danilo Della Malva e Orazio Coda, poi il manfredoniano Antonio La Selva, infine i due mattinatesi: hanno tutti voltato le spalle a Lombardi, rimasto con pochi fedelissimi a sostenerlo. Mai nella storia della mafia garganica si erano verificati così tanti pentimenti e in così poco tempo.

Ma i segnali della resa da parte di Antonio Quitadamo erano comparsi già nelle carte di “Omnia Nostra”. Un’intercettazione in carcere fece emergere un Quitadamo “particolarmente infuriato” nei confronti dei suoi alleati che – stando ai sospetti maturati dal mattinatese – avrebbero posto in essere un progetto mirato a tenerlo rinchiuso in cella, lontano dagli affari del clan. Sentendosi “scaricato”, il pregiudicato esternò una manifestazione di intenti collaborativi indicando la data del 9 agosto successivo (stranamente coincidente con la data del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis dove venne ucciso il suo ex capo Mario Luciano Romito) quale tempo utile per essere scarcerato pena la chiamata in correità di tutti gli appartenenti al sodalizio: “Se entro il 9 agosto non mi metti fuori… ti saluto! ma no che ti saluto e me ne vado… me li chiamo tutti quanti appresso”, disse ad uno dei suoi legali.

La madre rapportò al figlio di aver appreso da Francesco Scirpoli una sua “ipotetica separazione” da Quitadamo: “Quello… quando esci non vuole avere niente a che fare… Scirpoli”, scatenando difatti l’ira di “Baffino”: “Lui non vuole niente a che fare??? Lui non vuole niente a che fare, dopo quello che mi ha combinato!?!?”. Ed è la mamma che, con disappunto, sottolineava la slealtà dei sodali, invitando il figlio a valutare un futuro allontanamento dal gruppo criminale di appartenenza “una volta che esci non devi guardare in faccia a nessuno!”.

Ed ecco oggi il pentimento che potrebbe svelare tante verità sugli ultimi venti anni di criminalità sul Gargano. Secondo i ben informati, i Quitadamo sarebbero custodi dei più grandi misteri del promontorio, casi irrisolti che almeno dal 2000 aleggiano sul territorio di Mattinata e Vieste, scenario di numerosi episodi di lupara bianca. Le famiglie delle vittime – in gran parte proprio di Mattinata – hanno già fatto sentire la propria voce, speranzose che i due pregiudicati possano fornire elementi utili agli inquirenti sul destino occorso ai propri cari.

Dunque, fiato sospeso per il verbale dell’interrogatorio della DDA di Bari ad Antonio Quitadamo che potrebbe rivelare informazioni su omicidi e tentati omicidi di mafia e, soprattutto, sulla strage del 2017 davanti alla vecchia stazione di San Marco in Lamis dove vennero ammazzati il boss Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i contadini Luciani. All’epoca, Mario Romito era a capo dell’organizzazione di “Baffino” e tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella di un tradimento. “Si sono girati”, disse il pentito Carlo Magno durante il processo al basista della strage. Chiaro riferimento ai sodali di Romito che avrebbero voltato le spalle al proprio leader favorendo l’azione di fuoco dei Li Bergolis-Miucci-Lombardone, nemici storici del boss manfredoniano. (In alto, Antonio e Andrea Quitadamo; sullo sfondo, l’omicidio Gentile del 2019 a Mattinata)

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