Mafia Gargano, il boss Baffino era “il Sindaco di Mattinata”. Poi la rottura, “scaricato” da sodali e avvocato

Nelle carte di “Omnia Nostra” il ruolo del mattinatese, spacciato da un agente immobiliare per primo cittadino per ingannare una vittima di estorsione. Le fratture nel clan Romito-Lombardi-Ricucci

Antonio Quitadamo era “il Sindaco di Mattinata”. Così veniva presentato “Baffino” da un agente immobiliare, intermediario per l’acquisto di una casa con terreno. Povera vittima un anziano del posto, da 40 anni trapiantato in Germania, ignaro di ciò che era diventata la “farfalla bianca del Gargano”. Nelle carte di “Omnia Nostra”, maxi operazione antimafia contro il clan Romito-Lombardi-Ricucci di cui fa parte anche “Baffino” per la fazione mattinatese, si racconta una vicenda emblematica dell’assoggettamento di una comunità alla malavita.

Alla luce dell’acquisto di un immobile da parte dell’italo-tedesco in una zona “controllata” da “Baffino”, l’immobiliarista si interessò al fine di assicurare all’anziano
“protezione” facendogli conoscere Quitadamo, spacciato come primo cittadino. “L’incontro – riportano le carte di “Omnia Nostra” – avvenne in una masseria di famiglia del fratello Andrea Quitadamo (“Baffino junior”) e Antonio Quitadamo venne presentato dall’immobiliarista come ‘Sindaco di Mattinata’ ed in grado di garantirgli la sicurezza del suo bene in contrada Tagliata. Una volta che l’italo-tedesco (che, è bene sottolineare, ritornava sul Gargano dopo 40 anni di assenza, quindi completamente avulso dalle dinamiche criminali della zona) si rendeva conto di avere avuto a che fare con un soggetto socialmente pericoloso (a seguito di una ricerca fatta in internet), chiese spiegazioni all’intermediario – si legge ancora nell’ordinanza – che gli rispondeva palesando la sussistenza di un pervicace fenomeno criminale a cui non vi era possibilità di porre rimedio, fornendogli implicitamente l’informazione che solo attraverso la ‘protezione’ dei Quitadamo non avrebbe avuto problemi con la sua proprietà (‘…Che devo fare… qui è così…’, allargando le braccia…). La fama criminale dei fratelli Quitadamo è un dato acquisito (‘…ho chiesto a persone del paese di Monte Sant’Angelo, che non ricordo nello specifico chi fossero, e mi hanno riferito che ‘Baffino’ erano persone pericolose e che mi conveniva vendere subito la casa e lasciare quel posto…’)”.

“Ero orgoglioso di aver conosciuto il sindaco…”

“Mi fu presentato come il sindaco di Mattinata – le parole della vittima agli inquirenti – e Quitadamo e suo fratello mi assicurarono che non avrei mai avuto avuto nessun problema ed io, tranquillizzato ed orgoglioso di aver conosciuto il sindaco, salutavo e ringraziavo i presenti, per quello che mi avevano detto. Quindi andavo a casa e telefonavo al mio compagno, spiegandogli che avevo conosciuto anche il ‘Sindaco di Mattinata’ che mi aveva assicurato che non sarebbe successo nulla e su quelle parole chiedevo al mio compagno di fare il bonifico, di circa quarantamila euro, se non ricordo male, per perfezionare l’acquisto. In realtà non convinto del tutto di aver incontrato veramente il sindaco di Mattinata andavo su internet a visionare le fotografie collegate al nome Quitadamo Antonio e lì mi accorgevo che avevo conosciuto, in realtà, un importante criminale di Mattinata. Insieme a lui riconoscevo anche la foto di Notarangelo Francesco (detto “Natale”, altro membro del clan, ndr), che mi era stato presentato, sempre dall’immobiliarista, presso un hotel di Mattinata. Tentavo quindi di ritirare i soldi della compravendita, ma ormai non ero più in grado di ritirare il bonifico e quindi decidevo di prendere definitivamente il possesso dell’abitazione. Iniziava da allora il mio calvario, che mi ha portato a denunciare per estorsione il Quitadamo”.

“Sto in galera per i cazzi degli altri…”

Nei mesi successivi Quitadamo venne travolto da inchieste giudiziarie e finì in cella dove, stando ai colloqui intercettati, apparve fin da subito molto nervoso. “Iniziava a manifestare una insolita irrequietezza – riportano gli inquirenti nell’ordinanza – allorquando prendeva in esame la propria posizione giuridica-detentiva, sottolineando la responsabilità di terze persone (riferibili ai consociati del sodalizio di appartenenza) circa la sua attuale detenzione ‘Io sto in galera per i cazzi degli altri… Io c’ho ancora il fatto di Natale… il fatto del blitz di Natale che ci hanno fatto arrestare a me, ad Andrea, a tutti quanti’; responsabilità anche ribadita dalla madre secondo la quale il figlio era dentro per colpa di altri: ‘Mo che uscite ognuno per i cazzi suoi… i compagni basta… non dovete combattere per nessuno’“.

Questioni ribadite da Baffino ad uno dei suoi fratelli durante un altro colloquio: “Tutto quello che dicono che ho fatto io, hanno iniziato a fare loro tutte le schifezze, si lui, la buonanima di Mario (il boss Mario Luciano Romito, ucciso nella strage di San Marco, ndr), sia Pasquale (Ricucci, ndr) e sia Franco Natale (Notarangelo, ndr). Quando io sono andato in quella cella, stavano tutti là… mi hanno messo perché sono andato in quella cella ma gli organizzatori erano loro di tutte cose”.

“Scaricato” da amici e… avvocato

Un altro colloquio evidenziò un Quitadamo “ancora molto agitato e particolarmente infuriato – riporta il gip nelle carte di “Omnia Nostra” – nei confronti dell’avvocato, suo legale di fiducia, ritenendolo particolarmente vincolato alle volontà dei restanti componenti del sodalizio che avrebbero posto in essere un progetto mirato a tenere lo stesso Quitadamo rinchiuso in carcere e lontano dagli affari del clan. Lo stesso sentendosi ‘scaricato’ dai sodali, oltreché dal suo legale di fiducia, esternava una manifestazione di intenti collaborativi indicando la data del 9 agosto successivo (stranamente coincidente con la data del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis ove venne ucciso Mario Luciano Romito) quale tempo utile per essere scarcerato pena la chiamata in correità di tutti gli appartenenti al sodalizio ‘Se entro il 9 agosto non mi metti fuori… ti saluto! ma no che ti saluto e me ne vado… me li chiamo tutti quanti appresso’. A tale esternazione la madre rapportò al figlio di aver appreso da Francesco Scirpoli (altro elemento di vertice del gruppo dei mattinatesi, ndr) una sua ‘ipotetica
separazione’ dal Quitadamo: ‘Quello… quando esci non vuole avere niente a che fare… Scirpoli, scatenando difatti l’ira di quest’ultimo: ‘Lui non vuole niente a che fare??? Lui non vuole niente a che fare, dopo quello che mi ha combinato!?!?’. Ed è la mamma che, con disappunto, sottolineava la slealtà dei sodali, invitando il figlio a valutare un futuro allontanamento dal gruppo criminale di appartenenza ‘una volta che esci non devi guardare in faccia a nessuno!’“.

Nel luglio 2020, Scirpoli e Quitadamo sono stati condannati rispettivamente a 8 anni e 4 mesi e a 9 anni e 2 mesi per l’assalto al portavalori della società di trasporti “Ferrari”, avvenuto a Bollate nel 2016. Scirpoli, tra i protagonisti della maxi evasione dal carcere di Foggia del 9 marzo 2020, venne arrestato dopo oltre un mese di latitanza in un casolare mentre era in compagnia di alcuni membri del suo stesso clan, i Romito-Lombardi-Ricucci. Al momento, i due mattinatesi sono in cella.

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