Mano sulla spalla durante una passeggiata sul corso di Foggia, poi le minacce: “Paga o ti ammocchiamo”. Le motivazioni di “Decima Azione”

Quasi tre secoli di galera a padrini e picciotti della “Società Foggiana”. Il giudice nelle 453 pagine del documento parla di tessuto economico e sociale inquinato dall’associazione mafiosa

453 pagine per ricostruire affari malavitosi, legami, estorsioni e omicidi della mafia foggiana. Tanto è lunga la sentenza di “Decima Azione”, dal nome della maxi operazione che il 30 novembre 2018 smantellò i maggiori clan della Società Foggiana, le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino-Lanza. Oltre due secoli e mezzo di galera in totale ai maggiori boss, da Rocco Moretti detto “Il porco” a Roberto Sinesi alias “Lo zio”, passando per Vito Bruno Lanza “U’ lepr”, Massimo Perdonò, i fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla e molti altri. Un totale di 25 imputati, tutti condannati con il rito abbreviato, numerosi dei quali difesi anche da Giancarlo Chiariello, l’avvocato arrestato per lo scandalo corruzione al Tribunale di Bari.

Le motivazioni della sentenza partono dalla vicenda dell’imprenditore Lazzaro D’Auria, minacciato e vessato dai clan che gli chiedevano di versare 200mila euro per “vivere tranquillo”. I mafiosi chiedevano a D’Auria di lasciare i terreni in zona Borgo Incoronata o, in alternativa, di versare i soldi, pena la morte. Gli estorsori si presentavano come un unico clan, i Sinesi-Francavilla-Moretti. Il boss Rocco Moretti, Franco Tizzano e due donne tra cui la figlia del “porco”, raggiunsero D’Auria mentre l’imprenditore usciva dalla Bpm di Foggia in via Telesforo. Tizzano, dopo essersi presentato, gli chiese ancora le 200mila euro. Poche settimane dopo, altri esponenti dei clan affiancarono la vittima a bordo di un’auto per dirgli: “Tu all’Incoronata non ci devi andare… altrimenti ti incendiamo il vivaio, il piazzale e ti spariamo”. Uno dei malavitosi lo colpì con uno schiaffo rompendogli gli occhiali. “Tu non devi andare a Foggia perché i terreni non sono i tuoi”. Richieste estorsive ribadite a Matteo Lombardozzi, un dipendente di D’Auria poi morto ammazzato in un agguato di chiaro stampo mafioso nel luglio del 2017. 

Minacce anche lungo il corso principale di Foggia, nell’area pedonale. Due esponenti delle batterie affiancarono D’Auria e gli poggiarono la mano sulla spalla per poi dire: “O paghi o ti ammocchiamo”.

Le altre vittime

La sentenza racconta anche le minacce ad altre attività come macellerie, una discoteca, bar, agriturismi, pompe funebri, imprese edili, meccanici e le note intimidazioni ai manager de “Il Sorriso”, cooperativa sociale “Sanità+” amministrata da Luca Vigilante che ha sempre mostrato schiena dritta al cospetto dei malavitosi ed oggi vive sotto scorta come D’Auria.

Richieste estorsive anche a Michele Sorrentino, il foggiano che fu arrestato per un giro di prostituzione in città. Intercettato in carcere dal “morettiano”, Emilio D’Amato gli venne detto: “Sono stato a passeggio e da giù mi hanno detto di chiederti 10mila euro”, quota dovuta per le attività illecite commesse senza l’autorizzazione della criminalità foggiana. D’Amato rincarò la dose prospettando l’assenza di protezione presso l’istituto di pena, con l’espressione “allora nella sezione non puoi stare… ora ti mandiamo al transito e ti puoi aspettare di tutto”. A fronte della proposta della persona offesa di versare la somma di 2mila euro, il giorno successivo il D’Amato avvicinò nuovamente il Sorrentino (che poi lo denunciò, ndr), minacciandolo con l’espressione “2mila euro sono pochi… all’inizio vanno bene… poi come ti procuri l’altro denaro ce lo devi dare un poco al mese…”.

Il giudice Anglana scrive inoltre che “l’attività di indagine ha evidenziato come le persone offere erano ben consce della caratura criminale dei soggetti che formulavano le richieste estorsive, e in particolare della loro forza di intimidazione, circostanza che le ha indotte ad assumere un atteggiamento reticente anche con le stesse forze dell’ordine, se non addirittura, in non pochi casi, collaborativo con gli imputati”.

Secondo il giudice, “nel corso degli anni, forte peraltro della fama criminale acquisita e della capacità di intimidazione correlata, la Società Foggiana ha progressivamente abbandonato il mero ricorso alla violenza, per assumere le vesti di un’associazione mafiosa più evoluta, in grado di inquinare con le proprie infiltrazioni il tessuto economico e sociale della città di Foggia, cercando di assumere l’aspetto di una mafia imprenditoriale, attiva nel settore dei delitti contro il patrimonio, delle armi, dello spaccio di droga ed anche alterando la regolarità delle competizioni sportive”.

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