Magistrato foggiano scrive libro sulla “quarta mafia”. “È sottovalutata e sconosciuta, sentivo il dovere morale di farlo”

“Quarta mafia. La criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte” (editore PaperFIRST) è il volume di Antonio Laronga, da 25 anni in prima linea contro feroci clan

“È un libro che nasce dall’esigenza di far conoscere la criminalità organizzata foggiana, assurta negli ultimi anni a problema nazionale. Alla fine dei convegni sulle mafie foggiane cui ho partecipato, molti mi hanno chiesto su quali testi approfondire la conoscenza di fenomeni così complessi e pericolosi. Purtroppo, non ho saputo dare loro alcuna risposta, perché questa criminalità è stata poco indagata dai media nazionali e dalla letteratura sul fenomeno mafioso”. In un’intervista esclusiva a l’Immediato, il magistrato Antonio Laronga della Procura di Foggia, ha presentato il suo libro “Quarta mafia. La criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte” (editore PaperFIRST), in uscita il prossimo 4 marzo.

Antonio Laronga, procuratore della Repubblica aggiunto, è figlio di questa terra. Da molti anni è in prima linea contro i boss della provincia. “Lavoro da oltre vent’anni in questo territorio – ricorda -. Alcuni dei processi di cui parlo nel libro li ho curati personalmente insieme ai colleghi della DDA di Bari, come, ad esempio, i processi ‘Piazza Pulita’ e ‘Decima Azione’. Sentivo il bisogno di fare qualcosa per coltivare il dovere della memoria, per far conoscere una criminalità emergente che ha saputo nel corso degli anni trasformarsi in una mafia moderna, in grado di permeare l’economia legale e la vita pubblica”.

L’autore si è imbattuto nel corso degli anni in alcuni tra i crimini più cruenti commessi nel Foggiano di cui però nessuno parla, spesso liquidati con poche righe sulla cronaca locale. Il Paese ignora quasi completamente il sangue versato in Capitanata. Il libro nasce soprattutto per questa ragione: “Per mesi si è parlato sui mass media e sulla stampa nazionale della testata inferta da un esponente del clan Spada di Ostia ad un giornalista della RAI. È giusto che sia così! Ma nel Foggiano sono stati commessi, con una ferocia terrificante, centinaia di omicidi, stragi, e non ne sa nulla nessuno”. Per questo, l’autore si è prodigato in un lavoro di “sistematizzazione” di storie criminali accadute in provincia di Foggia negli ultimi quarant’anni, tratte da fonti giudiziarie. “Parlo di organizzazioni criminali che sono state riconosciute come associazioni di tipo mafioso con sentenze definitive”. Poi spiega: “Nomi, luoghi e storie sono tutte vere. Non è un romanzo. In questo libro ci sono tante cose: è un saggio storico, ma anche un racconto noir e un saggio antropologico. Quando parlo delle faide garganiche, ad esempio, racconto del mondo agro-pastorale e delle motivazioni che hanno spinto le famiglie coinvolte nella faida a scontrarsi”. Nel libro, poi, è ricostruita la trasformazione in associazione mafiosa del clan vincente nella faida di Monte Sant’Angelo. Ma non si trascurano le altre guerre di mafia che hanno insanguinato il promontorio, come quella tra i Ciavarrella e i Tarantino di San Nicandro Garganico e quelle che hanno sconvolto la pacifica Vieste.

L’opera si divide in tre parti: la prima, è dedicata alla “Società foggiana”. “Si parte da Raffaele Cutolo per arrivare all’ultima grande operazione antimafia, denominata “Decimabis”: quarant’anni di storia. C’è tutta l’evoluzione della ‘Società’, a lungo sottovalutata e considerata alla stregua di un fenomeno di gangsterismo urbano. Di questa sottovalutazione, la ‘Società’ si è avvantaggiata, riuscendo a radicarsi sul territorio con effetti devastanti per la città, scivolata miseramente nelle ultime posizioni delle graduatorie nazionali sulla qualità della vita”.

Eppure, c’è ancora chi nega la pericolosità di queste organizzazioni: “C’è una fascia grigia – prosegue l’autore – che certamente non può dirsi mafiosa, perché non commette reati di mafia, ma che con essa convive, la accetta, non si ribella, né ha alcuna intenzione di ribellarsi”.

La seconda e la terza parte del libro sono dedicate, rispettivamente, alla mafia garganica e a quella forse meno conosciuta, la mafia cerignolana. Anche per queste ultime, si ripercorrono quarant’anni di storie criminali. Ci sono riferimenti anche alle organizzazioni criminali di San Severo: “Molti non sanno che diversi boss sanseveresi vennero condannati per mafia nell’ambito dei processi alla Società foggiana denominati ‘Panunzio’ e ‘Day before’. La recente operazione ‘Ares’, i cui esiti – si badi bene – non sono ancora definitivi, ha introdotto una novità importante nello scenario mafioso dell’Alto Tavoliere: vi è stato il riconoscimento, per la prima volta nella storia giudiziaria della provincia di Foggia, dell’esistenza di due associazioni mafiose operanti in San Severo, autonome e indipendenti rispetto ai clan foggiani, ai quali in passato erano semplicemente affiliati”.

Insomma, un libro ricco di storie che intende arrivare al grande pubblico: “Non è destinato solo agli addetti ai lavori. Mi sono messo nei panni di chi non si occupa professionalmente di questi temi e, quindi, li ignora completamente o non è consapevole del livello di pericolosità raggiunto. Se non si conosce la gravità del pericolo che si corre, non ci si difende adeguatamente”.

Nel libro ci sono tanti nomi, di vittime e di carnefici: “Come dice don Luigi Ciotti nella sua prefazione, ‘questo è un libro prezioso, uno strumento per conoscere, per capire e anche per ricordare’. Sono soprattutto i giovani a non avere consapevolezza del rischio che stanno correndo nell’abituarsi alla convivenza con questi esseri immondi, che hanno impoverito la loro vita e il loro futuro sotto il profilo economico, etico e culturale”. Ecco, “il libro risponde all’esigenza di far uscire le mafie foggiane dall’anonimato nel quale sono state relegate per decenni”.

Infine, un commento sulla reazione dei cittadini onesti ad alcuni degli episodi più eclatanti degli ultimi anni. Il pensiero va alle manifestazioni antimafia organizzate da Libera il 21 marzo 2018 ed il 10 gennaio 2020: “Quelle migliaia di persone danno una grande forza a chi è impegnato nell’attività di repressione – ne è convinto Laronga -. Sono persone perbene che, nonostante tutto, hanno fatto una scelta in favore della legalità. Io credo che, insieme all’attività repressiva dello Stato, sia questa la chiave di volta, la novità rispetto al recente passato, che può contribuire in modo decisivo ad invertire la tendenza nell’azione di contrasto ai clan”.





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