“Iaccarino ha dimenticato di dire che ero andato per convincerlo a dimettersi”. Cavaliere spiega il suo gesto, ma si apre una crepa nell’aula

Un mistero il retroscena svelato dal presidente dell’assise. Ma la maggioranza Landella con i partiti nazionali non può più tirarsi indietro nello sfiduciarlo, pena mostrare estrema debolezza

Perché il leader dell’opposizione foggiana, l’ex candidato sindaco del centrosinistra extralarge Pippo Cavaliere, abbia sentito l’urgenza di andare, il 3 gennaio, in piena zona rossa, a casa di Leonardo Iaccarino e non gli abbia semplicemente scritto un messaggio o fatto una videochiamata, resta un mistero.

L’opportunità politica della sua visita sta facendo molto discutere. Come si può condannare duramente un gesto esecrabile che per qualche giorno ha gettato Foggia nella solita narrazione nazionale di un Sud povero, straccione e mafioso che a Capodanno sa solo sparare botti, ferendosi mani, e spari a salve e poi dopo poche ore recarsi in visita dello stesso politico, che pur per situazioni del tutto private ha macchiato l’immagine dell’istituzione che rappresenta con un comportamento poco consono al suo ruolo?

La risposta sta forse nell’amicizia dei due: già nel 2019 tra l’ingegnere e il vigile del fuoco c’erano stati non pochi incontri. Il primo ha tentato fino all’ultimo, anche dopo le Primarie del centrodestra, di strappare il secondo alla coalizione di Franco Landella. E nel settembre del 2020, come si sa, Iaccarino ha scelto di appoggiare, diversamente da Franco Landella, approdato poi a sorpresa nella Lega per non aver avuto il coraggio di consumare il ribaltone e di candidare sua cognata nella lista civica CON, il governatore Michele Emiliano, votando per il cugino Rosario Cusmai.

Oggi in conferenza stampa, il presidente dell’assise e campione di consensi ha rilevato di non aver avuto nessun cenno dal presidente della Regione Puglia, che ha scelto di non pronunciarsi né positivamente né negativamente sulla vicenda. Sempre oggi Iaccarino ha completamente omesso quello che per Cavaliere è stato il vero motivo della visita, ossia convincerlo a dimettersi, parlando solo del figlio. “Cavaliere ha parlato con mio figlio: tuo padre può stare solo, tu no, meriti sostegno, gli ha detto“.

In una nota l’ingegnere chiarisce il suo gesto.

“Non ho parlato del figlio di Leonardo Iaccarino né il 31 dicembre, né il primo gennaio e non lo farò neanche ora per il semplice motivo che un minore in quanto tale va rispettato e tutelato. In merito alla conferenza stampa di questa mattina, dispiace che Iaccarino abbia “dimenticato” di dire che l’unico e vero motivo per cui gli ho chiesto di incontrarlo è stato per convincerlo a dimettersi, di evitare che questa vicenda triste ed avvilente sbarcasse nell’assise comunale contribuendo a gettare ulteriore discredito sulle istituzioni e sulla città di Foggia, a livello nazionale ed internazionale. Il tentativo, com’è noto, non ha sortito effetti e pertanto saremo chiamati in aula per votare la mozione di sfiducia”.

Sta di fatto che un gesto privato, caritatevole e forse un tantino ingenuo, che avrebbe potuto arricchire al massimo i retroscena giornalistici, è stato portato alla ribalta della scena pubblica, con estrema maestria. Come col video delle pistolettate anche la visita di Cavaliere è emersa dal contesto privato in cui era nata, cambiando segno.

Con quale scopo? Perché Iaccarino ha scelto di nominare solo l’ex candidato sindaco tra coloro che gli hanno mostrato clemenza e solidarietà? Non certo per fargli un favore da buon pater familias. Le interpretazioni si sprecano. Secondo alcuni il suo è stato un segnale al centrodestra, come a dire: ho dall’altra parte più alleati che nella mia parte. Ha aperto una crepa. Del resto oggi la maggioranza Landella con i partiti nazionali non può più tirarsi indietro nello sfiduciarlo, pena mostrare una estrema debolezza. Lo sparo a salve, la visita, il voto e la farsa del dimettetevi tutti. No, non è una barzelletta, ma rischia di diventarlo davvero se in aula tutti rimescoleranno in un dibattito sterile ancora le carte, con l’alibi del ragazzo sedicenne.





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