“Non sprechiamo un letto per un morto”, donna denuncia caso malasanità a Casa Sollievo. “Per fortuna altri medici eccellenti”

“Grazie a Dio, il medico del Pronto soccorso, che ringrazio di cuore, non se l’è sentita di rimandarlo a casa e ha completato la procedura per il ricovero per il reparto di medicina”

Una odissea in corsia. Il racconto di Lucia Ciavarella è carico di rabbia per il trattamento subito dal marito, paziente oncologico, a San Giovanni Rotondo. Ma è al contempo pieno di speranza per il supporto avuto da altri operatori sanitari in reparti diversi dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza. Una dicotomia che lascia intravedere scenari completamente diversi, di buona sanità e di umanità negli ospedali pugliesi.

“Mi ritrovo a raccontarvi dell’ennesimo brutto caso di malasanità – scrive in una lettera a l’Immediato -. Lo scorso 2 agosto, domenica, dopo una notte trascorsa completamente insonne a soccorrere mio marito colpito da violenti attacchi di dissenteria alcuni giorni dopo la prima seduta del secondo ciclo di chemioterapia, decido insieme a mia figlia, di recarmi al Pronto Soccorso di Casa Sollievo della Sofferenza, a San Giovanni Rotondo.

Siamo arrivati lì e nonostante il codice rosso abbiamo dovuto attendere per essere visitati e poi ancora attendere per la consulenza oncologica. Lascio immaginare le condizioni in cui versava mio marito, paziente già fortemente debilitato, che si è alimentato dal novembre 2019 al giugno 2020 con alimentazione parenterale ( acche intravenose) e dal giugno 2020 a oggi con alimentazione enterale (sacche con sondino nella pancia), dopo aver passato gli ultimi 9 mesi girando ospedali di mezza Italia. Dopo una certa attesa, l’oncologa di turno ha avuto la compiacenza di scendere al Pronto Soccorso e dando una semplice occhiata alle carte e quasi di disprezzo a mio marito, mi ha comunicato con freddezza e disumanità inaudite, oltre che con assoluta mancanza di professionalità la sua decisione di non procedere con il ricovero, poiché – sue parole – non poteva ‘sprecare un letto per un morto’, che non c’era più niente da fare, che il ricovero sarebbe stato del tutto inutile e che avrei potuto gestire benissimo tutto a casa”.

“A quel punto – prosegue – le ho risposto che conoscevo benissimo la situazione, ma non poteva rimandare a casa una persona e, ribadisco ‘persona’ senza soccorrerla, senza prestare aiuto, senza cercare di fare il possibile. Ora mi domando: questa oncologa, questa ‘dottoressa’, può essere definita tale? Hanno avuto e hanno senso, per lei, le parole pronunciate del giuramento di Ippocrate? Io penso che umanità, gentilezza, misericordia siano fattori imprescindibili per un medico, soprattutto per un oncologo che ha a che fare con malati già fortemente provati dalla malattia stessa, che soffrono moltissimo , non solo nel corpo ma anche nell’animo, così come soffrono le loro famiglie che fanno di tutto per cercare di dar loro una qualità di vita accettabile”.

“Grazie a Dio – conclude -, il medico del Pronto soccorso, che ringrazio di cuore, non se l’è sentita di rimandarlo a casa e ha completato la procedura per il ricovero per il reparto di medicina, dove abbiamo incontrato un medico, una dottoressa e una infermiera che con grande umanità, competenza e gentilezza hanno accolto un uomo al quale non è stato possibile rilevare né pressione, né temperatura per quanto fosse debole, ma che ora, piano, piano si sta riprendendo. Certo sempre nelle sue precarie condizioni, ma è vivo, parla, sorride”.

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