Mafia, le mire di garganici e cerignolani oltre la Capitanata. Fa gola lo scenario criminale “fluido e instabile” della BAT

Massima attenzione della DIA per i territori di Barletta, Andria, Trani ma anche Trinitapoli. Territori nei quali i clan della provincia di Foggia stanno stringendo alleanze coi soldi del narcotraffico

“La provincia di Barletta-Andria-Trani, per la sua peculiare collocazione geografica, si conferma un fondamentale punto d’incontro tra i sodalizi mafiosi locali e quelli delle vicine province di Bari e Foggia, e costituisce, conseguentemente, un concentrato di dinamici e complessi fenomeni delinquenziali che spesso vedono coinvolta una malavita comune, italiana e straniera”. Ne sono convinti gli investigatori della Dia che nella relazione semestrale (periodo analizzato, la seconda metà del 2019) focalizzano le attenzioni sulla realtà mafiosa nella Bat.

“Lo scenario criminale è connotato da equilibri instabili, nel quale la peculiare autonomia dei locali clan storici – che tentano di conservare nell’area il coordinamento e il controllo delle tradizionali attività illecite (estorsioni, traffici di stupefacenti, usura e contraffazione) – deve necessariamente coniugarsi con gli interessi e l’influenza delle più rilevanti consorterie foggiane e baresi”.

E spiegano: “Gli interessi delle organizzazioni mafiose baresi nella provincia sono emersi anche nell’ambito delle indagini che hanno portato, il 24 luglio 2019, all’arresto dei responsabili di un omicidio avvenuto a Bisceglie, l’8 agosto 2017. Il fatto di sangue sarebbe, infatti, da collegare a contrasti insorti per questioni legate al controllo del mercato della droga, con le aggravanti della premeditazione e delle finalità mafiose, avendo agito per agevolare il clan barese Capriati, cui appartenevano tanto gli aggressori quanto la stessa vittima. Il successivo 8 agosto, il Tribunale del Riesame di Bari ha annullato il provvedimento per la parte relativa alle responsabilità attribuite al capoclan Capriati, quale mandante dell’omicidio, ritenendo non sufficientemente riscontrate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sul ruolo rivestito dal boss nella vicenda. Ciò che però appare significativo nella ricostruzione delle diverse condotte criminali è il ruolo preminente assunto dai referenti del clan barese sulla piazza di Bisceglie, nonché la particolare efferatezza con cui i vertici del clan Capriati avessero imposto agli affiliati il rispetto della gerarchia anche fuori dalla città di Bari”.

Barlettani, legami con il Foggiano all’insegna del narcotraffico

Collegamenti evidenti anche con la Capitanata: “Sempre rimanendo nel settore degli stupefacenti – si legge in relazione -, gli esiti dell’operazione ‘Gargano’ dell’8 agosto 2019, hanno dimostrato come la criminalità organizzata barlettana ben interagisca con le cosche cerignolane e con la mafia garganica. L’indagine ha infatti ricostruito i legami, finalizzati al rifornimento di cocaina, tra un gruppo criminale locale e l’organizzazione garganica dei Montanari. Al vertice del sodalizio di Barletta, proveniente dalle fila del clan Lattanzio, vi era un pregiudicato, il quale, una volta scarcerato (settembre 2015), aveva sviluppato un’autonoma attività di spaccio, smistando lo stupefacente in tutta la cittadina, grazie ad una rete di collaboratori, gestiti, durante i suoi periodi di detenzione, dalla moglie e dal genero. L’indagine ha, in particolare, evidenziato i rapporti diretti tra il capo del sodalizio di Barletta e un pregiudicato, appartenente al clan Li Bergolis (Saverio Tucci alias “Faccia d’Angelo”, ndr), ucciso ad Amsterdam nell’ottobre 2017. Quest’ultimo era un elemento chiave, insieme al suo assassino collaboratore di giustizia (il manfredoniano Carlo Magno, ndr), del narcotraffico tra il Sud America e l’Olanda, tanto che, per alcuni degli indagati barlettani, è stata contestata l’aggravante della transnazionalità, oltre che dell’associazione armata”.

“Risulta, poi, emblematica l’operazione condotta dalla Polizia di Stato, il 14 ottobre 2019, a Barletta, Trani e in Albania, nei confronti di tre soggetti, ritenuti componenti di un’organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti (eroina, cocaina e marijuana) tra l’Italia e il Paese delle Aquile. Un ruolo di spicco l’avrebbe rivestito un imprenditore di Barletta, operante nel settore manifatturiero, con precedenti specifici, ritenuto promotore dell’organizzazione criminale, elemento di collegamento tra il territorio nazionale e quello albanese, nonché reclutatore dei ‘corrieri’ per il trasporto della droga. L’uomo avrebbe provveduto, direttamente e attraverso una consolidata organizzazione, a rifornirsi di eroina e marijuana dall’Albania, per poi commercializzarla prevalentemente in Sicilia e Calabria (ma anche a Malta, imbarcandosi da Catania), dove, come contropartita, si sarebbe rifornito di cocaina. Tra i destinatari della misura compare anche un cittadino albanese, considerato referente per il gruppo criminale nel suo Paese, il quale, rintracciato dalla locale Polizia a Durazzo, è stato arrestato, in un secondo momento, in esecuzione di un mandato di cattura internazionale”.

Gli interessi della malavita andriese

“Anche nel comune di Andria (dove operano i clan ex Pastore-Campanale, Pistillo-Pesce, Griner e Capogna) la criminalità autoctona ha sviluppato la capacità di modulare le proprie strategie in funzione degli interessi contingenti, privilegiando, in genere, i rapporti con la malavita cerignolana, la cui influenza in zona è quella più significativa. Interessanti, al riguardo, gli esiti dell’attività investigativa (imperniata principalmente sul rinvenimento di tracce biologiche e confronto del DNA) a conclusione della quale i carabinieri di Cerignola, tra Foggia ed Andria, hanno dato esecuzione ad una misura cautelare nei confronti di un pregiudicato andriese, collegato alla criminalità cerignolana. L’uomo è ritenuto uno dei componenti del commando, composto da almeno dieci soggetti, che nel febbraio 2016, a Trinitapoli (BT), con un’azione paramilitare aveva consumato una violenta rapina ai danni di un portavalori”.

“In questo contesto criminale, una figura emergente è quella del figlio del capoclan Capogna, il cui spessore si è evidenziato in contesti investigativi che hanno riguardato anche la provincia di Foggia e la Valle d’Ofanto, a conferma della politica di espansione realizzata dal gruppo. E proprio in tale ambito andrebbe contestualizzato l’omicidio del patriarca dei Capogna, consumato ad Andria il 25 luglio 2019969, il cui movente sarebbe, infatti, da individuare nell’esigenza da parte dell’opposta fazione dei Pesce-Pistillo di contenerne la crescita. Significativo, tra l’altro, il fatto che l’omicidio segua, a distanza di un mese, quello del 24 giugno 2019 del boss del clan Griner, altro elemento di spicco della locale criminalità organizzata, al quale il boss dei Capogna era vicino. Il boss dei Griner stava attuando una riorganizzazione della gestione del locale mercato degli stupefacenti, estendendo la propria influenza su zone già controllate da altri gruppi criminali e, in particolare, ai danni dal clan Pesce. In ogni caso, i due fatti di sangue, a seguito dei quali, il 29 luglio 2019, è stato anche convocato un Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, costituiscono la conferma di come nella città di Andria si sia giunti a un punto di rottura degli equilibri negli assetti criminali. Tanto che, dopo gli eventi descritti, il citato elemento in ascesa del clan Capogna, temendo per la propria incolumità, dopo un primo trasferimento in Lombardia, si sarebbe rifugiato, insieme al fratello, a Tortoreto (TE), dove entrambi sono stati arrestati dai carabinieri, il 25 novembre 2019, perché trovati in possesso di una pistola con relativo munizionamento”.

Secondo la Dia, “tali avvenimenti potrebbero avere ripercussioni anche nei comuni della Valle dell’Ofanto, zona nella quale scuramente incidono le sinergie criminali, emerse nell’ambito dell’operazione antimafia ‘Nemesi’ (giugno 2019), tra i clan di Trinitapoli e quelli della società foggiana e della mafia garganica”.

La faida di Trinitapoli e il peso dei clan cerignolani

“Questo territorio è stato segnato di recente dalla faida di Trinitapoli, nel cui ambito va contestualizzato l’ulteriore grave agguato, del 26 agosto 2019, ai danni di un esponente storico della criminalità locale (Michele Visaggio di San Ferdinando di Puglia, ndr), rimasto gravemente ferito. Si tratta di una figura carismatica, da sempre legata alla mafia cerignolana ed elemento di raccordo tra questa e quella del nord-barese, a capo di un gruppo attivo nel traffico di sostanze stupefacenti, nelle estorsioni, nel traffico di armi e nel riciclaggio di capitali illeciti”. Gli investigatori Dia ritengono che “l’influenza della mafia cerignolana” sia “evidente anche nelle città di Canosa di Puglia e San Ferdinando di Puglia, dove i gruppi locali ne hanno importato i modelli operativi, consolidando le proprie posizioni sul territorio e proponendosi, talora, quali suoi interlocutori presso i sodalizi andriesi, barlettani e della provincia di Bari”.

La criminalità “fluida” di Trani

“Nella città di Trani permane uno stato di estrema fluidità, sul quale incidono diversi fattori: da un lato, la presenza sul territorio di figure storiche che, grazie al riconosciuto carisma criminale, sembrano ancora costituire dei punti di riferimento per le giovani leve e per i sodalizi del resto della provincia; dall’altro, l’influenza delle organizzazioni criminali provenienti dalle aree limitrofe, alla ricerca di continue nuove sinergie, nonché i tentativi da parte di nuovi gruppi di occupare i vuoti di potere determinati dalle attività di contrasto. Ciò trova conferma negli esiti delle indagini che hanno portato all’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di un sorvegliato speciale già legato, anche per parentela, al locale clan Corda. Il pregiudicato, infatti, una volta scarcerato aveva tentato di ritagliarsi un ruolo nel contesto criminale tranese e in particolare nella gestione del racket”.

“Un significativo riscontro emerge anche dalla sentenza, emessa il 13 dicembre 2019 dalla Corte di Assise di Trani: alla base del fatto di sangue oggetto del processo – secondo un impianto accusatorio supportato anche dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia – vi sarebbe stato un litigio tra un esponente di spicco del clan Lattanzio di Barletta (reale obiettivo dell’agguato) e l’imputato, per questioni legate alla gestione del mercato dei mitili nell’area di Trani-Barletta, settore di particolare interesse per il tessuto criminale autoctono, il cui controllo già in passato era stato causa di contrasti. Le consorterie della provincia prediligono, quindi, i più diversificati ambiti dell’illecito, estendendo le loro attività dal traffico e spaccio di sostanze stupefacenti alle estorsioni e all’usura, come confermano i numerosi reati spia (danneggiamenti, incendi e attentati dinamitardi) consumati, anche nel periodo in esame, perlopiù ai danni di titolari di esercizi commerciali e di ristorazione. Tra i reati predatori, compiuti anche con l’uso di mezzi tecnici di livello (come disturbatori di frequenza, armi da guerra ed esplosivi), le rapine e gli assalti ai portavalori rappresentano in generale le attività più proficue per le organizzazioni criminali, sia perché consentono una rapida e cospicua disponibilità di denaro, sia per il “carisma criminale” che tali condotte conferiscono agli esecutori. In tale ambito, la criminalità comune si pone in un rapporto di complementarità rispetto alla criminalità organizzata, di cui rispecchia le caratteristiche di efferatezza e pendolarità. L’impatto delle descritte attività illecite, da un punto di vista sistemico, influisce soprattutto sulla conseguente crescita delle organizzazioni criminali in termini economico-finanziari e di capacità di infiltrare il tessuto produttivo della provincia (tra i più solidi della Regione), ‘inquinandolo’ attraverso attività di riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego dei proventi illeciti, anche attraverso intestazioni fittizie di beni. I maggiori rischi riguardano quei comparti che nel territorio risultano particolarmente appetibili, rappresentati specialmente dalla filiera dell’agro-alimentare e della pesca, dal settore turistico-alberghiero e dalla ristorazione nonché da quello delle aste giudiziarie”.

I patrimoni mafiosi

“Per quanto attiene, infine, alle attività di aggressione ai patrimoni mafiosi, accogliendo la proposta del Direttore della DIA, il 3 ottobre 2019, a Andria, il Tribunale di Bari ha disposto il sequestro di beni immobili, mobili, com- plesso aziendale e disponibilità finanziarie – per un valore complessivo di oltre 1,8 milioni di euro – riconducibili ad un pregiudicato coinvolto fin dagli inizi degli anni ‘90 in furti ai bancomat. Il soggetto in parola, già nel giugno 2018, nell’ambito dell’operazione ‘Odissea Bancomat’, era stato colpito da una misura cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Potenza, per aver asportato dallo sportello ATM dell’Istituto bancario di Rionero in Vulture (PZ), un’ingente somma di denaro, mediante effrazione del relativo distributore automatico e utilizzando, per l’occasione, anche materiale esplosivo. Da un’analisi approfondita del patrimonio dell’intero nucleo familiare è emerso che, a fronte di una situazione reddituale ufficiale esigua, il pregiudicato aveva effettuato, nel tempo, investimenti assolutamente sproporzionati e, quindi, ritenuti di provenienza illecita”.





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