Mafia Gargano: il summit nel covo dei latitanti finisce agli atti del processo al boss. La DDA accende i riflettori sui Lombardi

Esclusivo/ Quello che non è stato detto dell’ultima udienza (a porte chiuse) del processo al boss garganico. La ricostruzione del 21 marzo 2017, giorno dell’omicidio “dell’Apicanese” Silvestri

Il summit dei latitanti nelle carte del processo al boss Matteo Lombardi, alias “A’ Carpnese”. Emergono nuovi dettagli sull’ultima udienza del processo al 50enne di Macchia, rivale del clan dei montanari nella guerra per il controllo del territorio. L’uomo è detenuto a Voghera, sotto accusa per l’omicidio del 21 marzo 2017 quando, secondo la DDA, avrebbe organizzato ed eseguito l’agguato ai danni di Giuseppe Silvestri detto “l’Apicanese”, membro della fazione avversaria.

Ed ora entra nel processo anche il presunto summit mafioso in un casolare di Apricena dove la squadra mobile, il 14 aprile scorso, sorprese gli evasi dal carcere di Foggia, Francesco Scirpoli e Angelo Bonsanto e il latitante Pietro La Torre, tutti sospettati di appartenere allo stesso gruppo criminale, il clan Lombardi-Ricucci-La Torre, nemico giurato dei montanari Li Bergolis-Miucci. La vicenda è finita agli atti del processo per la presenza a quel summit di Michele Lombardi, alias “U’ Cumparill”, figlio dell’imputato. Secondo il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi, il giovane, classe ’91, avrebbe assunto un ruolo di rilievo nelle dinamiche delinquenziali del Gargano, proprio alla luce della detenzione del padre Matteo e del recente omicidio di Pasquale Ricucci, da tutti noto col soprannome “Fic secc”. Grassi ha tracciato un profilo di Lombardi junior nella relazione di scioglimento per mafia del Comune di Manfredonia.

Il covo dei latitanti, l’omicidio di Silvestri e la Corte d’Assise di Foggia dove è in corso il processo a Lombardi

Intanto, emergono novità anche rispetto a quanto affermato dal teste Notarangelo (maresciallo dei carabinieri) nell’ultima udienza del procedimento penale a carico di “A’ Carpnese”. La questione è quella relativa al viaggio a Lodi che Lombardi avrebbe effettuato dopo l’omicidio. Una mossa utile solo per crearsi un alibi, la convinzione della DDA. Per la difesa, invece, i tempi tra l’omicidio a Monte Sant’Angelo e l’incontro di Lombardi con l’amico Antonio Zino (accusato di favoreggiamento) non coinciderebbero.

Sono due gli accertamenti effettuati dal carabiniere che proverebbero il contrario. Il primo è il viaggio dal luogo esatto dell’omicidio fino all’area di servizio dismessa (S.Trifone est – A14 all’altezza di Apricena). Percorso effettuato il 24 marzo 2020, giorno in cui c’erano ghiaccio e neve sulla strada, oltre al traffico della mattina (avendo fatto tale accertamento dopo le 8). Durata del viaggio, con Alfa Giulietta, un’ora e 6 minuti. Il che significa che il giorno dell’uccisione di Silvestri, partendo alle 4.50 da Monte, l’assassino avrebbe potuto raggiungere tranquillamente l’area di servizio alle ore 5.56. Ma anche se ci avesse messo più tempo, ad esempio arrivando alle 6.06 (con 10 minuti di ritardo), Lombardi avrebbe comunque avuto la possibilità di intercettare Zino il quale imboccò l’autostrada alle 5.54.

Il secondo accertamento fatto dal militare riguarda proprio il percorso di Zino. Dal casello di Foggia fino all’area di servizio in questione, dunque 37 chilometri. Il militare è entrato in autostrada esattamente alla stessa ora di Zino arrivando, nonostante alcuni tratti ghiacciati, all’area di servizio alle 6.08. Quindi sarebbe più che possibile quanto sostenuto dall’accusa. Il teste non avrebbe ritrattato sugli orari come sostiene la difesa, il dato dell’incontro “alla benzina” è emerso grazie al perito del tribunale che ha aggiunto questo dettaglio alle trascrizioni del carabiniere, il quale avrebbe solo verificato l’esistenza dell’area di servizio e la fattibilità.

E c’è di più, gli scontrini collezionati da Lombardi, già agli atti, dimostrerebbero soltanto che gli imputati fecero due soste in autostrada per caffè e cornetto, in orari molto distanti dall’omicidio e in linea rispetto alla tabella di marcia tracciata dagli investigatori con l’analisi dei tabulati telefonici.

Inoltre Zino non era indagato, contrariamente a quanto affermato dall’uomo in sede processuale. Come è noto, intercettare qualcuno non significa iscriverlo nel registro degli indagati perciò la richiesta della difesa di stralciare i verbali che proverebbero il favoreggiamento del suo assistito sarebbe campata in aria.

Intanto, anche alla luce dei resoconti giornalistici apparsi in questi mesi sul processo penale in questione, gli inquirenti starebbero concentrando le attenzioni su una avvocatessa di Manfredonia che con con il sostegno di un’articolista amica confezionerebbe notizie fuorvianti ad hoc su una testata di scarsa diffusione. Più che altro allusioni che nulla avrebbero a che vedere con la cronaca e con gli attuali assetti criminali della provincia, riportate per meri motivi personali e per favorire altri subdoli interessi.

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