Oltre 20 in rianimazione ai Riuniti di Foggia, medici stremati e con gli ascensori rotti: “Mai vista una cosa del genere”

Il grido di dolore degli operatori che ritengono di lavorare in condizioni non idonee all’emergenza. “Da noi ci sono tanti ragazzi, infermieri reclutati all’ultimo momento, che fino a 20 giorni fa erano ancora a studiare e ora sono stati letteralmente gettati al fronte”

Più di venti pazienti in Rianimazione. Tre moduli già pronti, rispettivamente con 9, 6 e altri 6 posti letto. Ed un quarto pronto ad essere attivato. “Mai vista una cosa così”, ci raccontano fonti interne, operatori al fronte in condizioni che non ritengono idonee all’emergenza. Il Policlinico, che già era un cantiere aperto, evolve a velocità mai viste. Ma alcune scelte non sono per nulla condivise da chi è in prima linea nella guerra al Covid-19.

“Gli ascensori, unica via d’accesso alla nuova Rianimazione Covid, si bloccano spesso e in alcuni casi risultano fuori servizio”, ci viene raccontato. La preoccupazione di essere contagiati e di portare il virus a casa, nelle famiglie e di trasmetterlo ai figli, è palpabile. Nei giorni scorsi sono stati confermati 4 casi positivi tra medici e operatori. La polemica sulla carenza di dispositivi di protezione individuale e la richiesta di tamponi periodici a chi ha avuto contatti con i positivi, hanno fatto il resto, rendendo il clima incandescente al Policlinico.

In Italia, sarebbero già oltre 5mila gli operatori sanitari italiani contagiati da Covid-19, come emerso dalla lettera inviata dal sindacato Anaao Assomed al presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, in cui viene chiesto di intervenire immediatamente per garantire gli strumenti di protezione individuale.

“Il percorso Covid ci espone a potenziali situazioni di contatto – ci viene riferito -, l’ingresso dei Covid corrisponde all’uscita dei punti di vestizione, così come il Pronto soccorso, dove c’è il cartello ‘area contaminata’, è a pochi metri dall’ingresso della Rianimazione. La sera, vicino all’uscita Covid del Pronto soccorso, peraltro, ci sono accatastamenti di materiali – materassi e indumenti – la cui provenienza ci è sconosciuta: lì passano pedoni e personale. Penso che la riorganizzazione, fatta in maniera ‘forfettaria’ ai Riuniti, doveva esser fatta da veri esperti di biocontenimento come l’esercito”.

I punti di potenziale contatto (entrata-uscita dal Reparto) con i flussi Covid preoccupano il personale. “Siamo preoccupati perché gli ospedali in questa fase possono diventare il vero focolaio, l’esempio di Casa Sollievo è emblematico – ci viene raccontato -, lo scenario della Lombardia, in cui c’è un flusso di 100 persone in entrata e uno in uscita, sarebbe per noi drammatico: con quei numeri saremmo già saltati. Da noi ci sono tanti ragazzi, infermieri reclutati all’ultimo momento, che fino a 20 giorni fa erano ancora a studiare e ora sono stati letteralmente gettati al fronte, in uno scenario particolarmente difficile e molto rischioso”.

Se è vero che in Lombardia gli ospedali sono stati tra i focolai dell’epidemia, è proprio sulle strutture sanitarie che si deve intervenire per evitare che l’incendio divampi nel resto del Paese. Del resto, proprio il primario del reparto Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, uno dei massimi esperti, ha ammesso che qualcosa non ha funzionato.

Per questo, ai Riuniti chiedono tamponi a tappeto periodici, per evitare che possano avviarsi pericolose catene di contagio, anche negli ambienti sociali e familiari. Qualcuno, infatti, è stato sottoposto all’esame, ma vorrebbe rifarlo alla fine del periodo considerato di incubazione. “Vogliamo avere rassicurazioni e coperture – continuano -, è fondamentale fare analisi a tappeto, come sta facendo Zaia in Veneto. Altrimenti continueremo a ripetere gli errori che hanno fatto gli altri, senza imparare nulla.  Lo scenario del Nord ci farebbe collassare in poche ore”. Poi ci viene raccontato l’ultimo paradosso, alla fine di una dura giornata di lavoro: “L’uscita è dalle scale antincendio, senza illuminazione, con un gap ridotto e facendo gincana tra gli escrementi dei piccioni. Con questa situazione, quando rientriamo a casa è come se avessimo una pistola, con 8 spazi vuoti nel caricatore, un colpo a salve e uno letale. In queste condizioni sta diventando davvero dura lavorare…”.

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