Mafia, conflitto a fuoco tra boss foggiano e killer rivali. Il consulente: “Sinesi sparò” ma la difesa contrattacca

Processo al capo dei Sinesi-Francavilla. Riflettori puntati sulla sparatoria da far west nel rione Candelaro, tra via Amorico e via San Giovanni Bosco. Il 6 settembre 2016 rimase ferito anche un bambino

Prosegue spedito il processo al boss di Foggia, Roberto Sinesi, ritenuto dagli investigatori a capo della batteria Sinesi-Francavilla. L’uomo, detenuto a Rebibbia in regime di 41 bis, è alla sbarra con l’accusa di porto e detenzione illegale di una pistola aggravato dalla mafiosità. Con quell’arma, Sinesi avrebbe risposto al fuoco al fine di affermare l’egemonia del proprio clan in città, nella guerra contro i rivali Moretti-Pellegrino-Lanza. Il pomeriggio del 6 settembre 2016, una Fiat 500L rossa con tre sicari a bordo si avvicinò alla 500L nera del boss, quest’ultimo seduto sul sedile del passeggero. Alla guida c’era la figlia, dietro il nipotino. Una sparatoria da far west nel rione Candelaro, tra via Amorico e via San Giovanni Bosco. I killer esplosero colpi di kalashnikov e pistola calibro 9×21, un proiettile si conficcò sulla schiena di Sinesi bloccandosi all’altezza del petto. Rimase ferito anche il bambino, raggiunto alla spalla.

Per il consulente di balistica della Dda, il boss, nonostante la ferita, fece fuoco armato di una pistola 9×19. C’erano bossoli proprio nei pressi dell’auto nella quale viaggiava il capomafia. Dopo aver risposto alle domande dei pm, il consulente è stato contro-interrogato dalla difesa. Per i legali del boss, la ricostruzione dell’esperto non ha riscontri di “scientifica” e l’auto dei killer, trovata bruciata qualche ora dopo, non presentava fori di proiettile. Inoltre le pistole 9×21 e 9×19 possono caricare proiettili di entrambi i calibri, perciò non si può affermare – stando alla difesa – che il capoclan fu colpito da una 9×21; le armi non sono mai state ritrovate e le comparazioni balistiche sono quindi impossibili. Ma il consulente dell’accusa ha spiegato che stando alle scanalature lasciate sui proiettili (sia quello che ferì Sinesi sia quello che colpì il muro di un oratorio), le pallottole furono esplose da una pistola calibro 9×21. 

Secondo gli avvocati dell’imputato apparteneva ai killer anche la pistola 9×19, forse usata da chi guidava la 500 rossa. Insomma, ancora tanti quesiti in attesa di risposta. Ritmi del processo serrati: si torna in aula a inizio marzo. Saranno sentiti l’agente della penitenziaria imputato con l’accusa di omessa denuncia (Sinesi gli fece alcune rivelazioni mentre era ricoverato) e Francesco Sinesi, figlio del capomafia, che sarà ascoltato in videoconferenza e dovrà dire cosa ricorda di quella giornata. Esattamente come il padre, anche Francesco Sinesi si trova al 41 bis; fu condannato a 21 anni per aver ordinato l’agguato del 29 ottobre 2016 nel bar H24 di via San Severo (un morto e un ferito), organizzato proprio in risposta all’attentato del 6 settembre precedente ai danni del genitore.



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