Foggia, guerra di mafia. Processo al boss: “Con un proiettile nel petto scese dall’auto e sparò sei volte contro i tre sicari”

Cosa è successo il 6 settembre 2016 nel rione Candelaro, tra via Amorico e via San Giovanni Bosco? Il mafioso era armato? Su consulenze e intercettazioni si basa il procedimento a Sinesi

Sinesi con un proiettile nel petto scese dall’auto e sparò sei volte con la sua pistola contro i tre killer che volevano ucciderlo”. Questa in sintesi la testimonianza del consulente balistico della DDA, interrogato nel tribunale di Foggia in qualità di teste dell’accusa.

Il processo a carico dello “zio” Roberto Sinesi, 57enne boss del clan Sinesi-Francavilla è giunto ad una fase decisiva. Quel 6 settembre 2016 nel rione Candelaro (tra via Amorico e via San Giovanni Bosco), il mafioso era armato o no? Per la difesa non rispose al fuoco, “non ci sono fori di proiettile sull’auto dei sicari”. I legali dell’imputato sentiranno il consulente durante la prossima udienza.

Tre persone con mitra e pistole attentarono alla vita del capoclan per toglierlo dai giochi nella guerra di mafia tra i Sinesi-Francavilla e il gruppo rivale Moretti-Pellegrino-Lanza. I killer erano a bordo di una 500L rossa trovata bruciata poche ore dopo, Sinesi si trovava in una 500L nera seduto sul lato passeggero. Alla guida c’era la figlia, dietro il nipotino di 4 anni che rimase ferito ad una spalla. Il boss fu invece colpito alla scapola e la pallottola rimase conficcata all’altezza del petto. Finì sotto i ferri ma se la cavò dopo settimane di battaglie tra Ospedali Riuniti e Don Uva.

Ora Sinesi è a processo con l’accusa di porto e detenzione illegale di una pistola 9×19 (mai trovata dagli inquirenti) con l’aggravante della mafiosità; alla sbarra c’è anche il poliziotto penitenziario Alfredo Terlizzi, 47enne di Lucera per omessa denuncia e favoreggiamento. Terlizzi avrebbe ricevuto confidenze dal boss durante il piantonamento in ospedale. Pochi giorni dopo l’agguato, il capomafia fu infatti arrestato per l’inchiesta “Saturno” sul racket nel parcheggio di una nota azienda in zona Asi. 

Secondo i magistrati della DDA, Sinesi (detenuto a Roma al 41bis) avrebbe commesso il fatto “avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale – recita il capo d’imputazione –, per agevolare il proprio clan, assicurarne il prestigio criminale e quindi il controllo violento del territorio (a maggior ragione in occasione di un agguato alla propria persona) nel contesto della contrapposizione armata in corso tra la batteria Sinesi-Francavilla e la batteria Moretti”.

Le captazioni ambientali

“Ma tenevano i cosi – disse Sinesi mentre era ricoverato al Don Uva di via Lucera a Foggia, mimando il gesto di indossare un passamontagna -. Quello perciò è andato avanti, che poi io mi sono armato. Come ha visto che io tenevo la pistola ha cominciato: tum tum tum. Mi sono fermato a dieci metri. E questi cornuti continuavano, io cercavo qualcuno sopra a qualche balcone, se trovavo qualche compagno, se si affaccia qualcuno ‘menami un poco il ferro’. Stavano a distanza, si mantenevano: magari si avvicinava, che lo riuscivo a tenere proprio vicino, magari: gli dovevo schiaffare io quattro proiettili”. Questi alcuni stralci dell’intercettazione chiave, eseguita dai carabinieri il 27 settembre 2016, captata grazie alle cimici piazzate nella stanza del Don Uva dove il capoclan era piantonato.

Secondo gli inquirenti, quell’agguato segnò l’inizio dell’ennesima guerra tra le due fazioni criminali. La morte di Roberto Tizzano, avvenuta il 29 ottobre dello stesso anno nel bar H24 di via San Severo, fu per gli investigatori la risposta sanguinaria dei Sinesi ai rivali Moretti.

La conversazione

Agente: “Sicuramente qualche pisciaturo è stato”

Sinesi: “Devi prendere solo il cuore e ce lo devi togliere”

Agente: “E te lo devi mangiare”

Sinesi: “E te lo devi fare sulla brace”

Agente: “Comunque devono essere proprio pisciaturi quelli che l’hanno fatto… diciamo che se erano persone capaci, buone, ti avrebbero fatto”.

Sinesi: “Ma proprio perchè stanno a nullità, hai capito?”

Agente: “Anche perchè in tanti anni non te l’hanno mai fatto un fatto del genere, o no? A te personalmente non ti hanno mai colpito”

Sinesi: “No, ma io piangevo più il bambino ti dico la verità: di me non me ne importa, hai capito? E che mi hanno fatto proprio una porcheria”

Agente: “Ma loro come stavano, con la macchina o lo scooter?”

Sinesi: “Stavano con la macchina, io sono uscito da Candelaro e stavo con mia figlia. Mia figlia se ne accorge e dice: ‘papà vedi che ci stanno aspettando’, ha girato la macchina e l’ha bloccata. Poi questi cornuti hanno continuato a sparare sul bambino, hai capito. Io una cosa del genere non me l’aspettavo. Mica sono stupido a uscire il pomeriggio, che sono stupido? Proprio perchè non c’era nulla ci stava la tranquillità. Se erano ragazzi? Non lo so, a me la preoccupazione era del bambino. Mi auguro che nella vita non li trovo mai per la strada”.

In un’altra conversazione intercettata, il boss disse: “Negli anni non ricordo che se sta la tua signora dietro di te non si permetteva nessuno di fare il lavoro, nessuno, oppure se c’era il bambino, adesso non ti pensano proprio. C’era il bambino e quelli tum tum tum, cornuti. Mia figlia se n’è accorta e ha detto: ‘papà scendi, corri’ perchè ha capito che per me. Quando mi sono accorto che questi il bambino, ho detto no, adesso vi devo uccidere cornuti, capito, che avete fatto troppo infamità”.



In questo articolo:


Change privacy settings