Mafia Gargano, il clan dei montanari in affari con ‘ndrangheta (clan Pesce) e camorra. Anche i Papa di Lucera nel blitz “Friends”

Stretti rapporti per la compravendita di partite di droga e la fornitura di armi. Miucci “U’ Criatur” a Torino per ritirare tre pistole semiautomatiche, un silenziatore e trentasei cartucce grazie ai contatti con la cosca calabrese

Contatti con gli ‘ndranghetisti del noto clan Pesce di Rosarno e con la camorra. La droga rifornita da Cerignola. Sono questi alcuni degli affari dei montanari Li Bergolis-Miucci, gruppo attivo a Monte Sant’Angelo ma ramificato anche fuori dai confini regionali. 24 gli arresti all’alba di oggi, manette ai polsi per il capo Enzo Miucci detto “U’ Criatur”, 36 anni e per il suo braccio destro Matteo Pettinicchio, 34 anni.

All’alba di oggi gli agenti della squadra mobile di Foggia e i finanzieri del GICO di Bari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Bari, nei confronti di 24 soggetti, dimoranti sia in provincia di Foggia che in altre regioni d’Italia (Calabria, Abruzzo, Molise, Lazio e Piemonte).

Tra i destinatari del provvedimento restrittivo, nove sono appartenenti a due distinte organizzazioni criminali dell’area garganica: il “clan Li Bergolis-Miucci” oggi capeggiato da Enzo Miucci, e il clan lucerino Bayan/Papa/Ricci, il cui elemento di spicco è da identificarsi in Alfredo Papa, classe 1958.

Arrestati anche due soggetti vicini alla “’ndrina” calabrese facente capo alle famiglie “Pesce-Bellocco” operanti a Rosarno (RC) e Torino, i quali erano in stretti rapporti di affari con l’organizzazione criminale di Monte Sant’Angelo per la compravendita di partite di droga e la fornitura di armi.

Sono stati arrestati anche 13 clienti-pusher dei gruppi criminali di Monte Sant’Angelo e Lucera, i quali provvedevano a collocare lo stupefacente periodicamente acquistato dai garganici e dai lucerini presso la loro clientela in vari comuni dell’Italia centro-meridionale.

L’attività investigativa, diretta dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Bari, trae origine da un’altra indagine sulle pressioni esercitate dalla malavita foggiana su imprenditori locali attivi nel campo della trasformazione di prodotti agricoli, affinché assumessero alle loro dipendenze soggetti pregiudicati dediti a spacciare stupefacenti ad assuntori sulla piazza di Foggia, i quali a loro volta si rifornivano della sostanza da appartenenti al clan lucerino.

Proprio tale ultima evidenza ha spostato il baricentro delle indagini sul fiorente traffico di sostanze stupefacenti gestito dall’omonimo clan, capeggiato da Alfredo Papa e partecipato dai suoi fedeli sodali, Antonio Valerio Pietrosanto, classe 1968, Francesco Ricci, classe 1970 e Urbano Petito, classe 1954, tutti destinatari del provvedimento cautelare personale.

Le investigazioni, consistenti in intercettazioni telefoniche e ambientali corredate da attività di osservazione, controllo e pedinamento svolte in contesti territoriali proibitivi, hanno consentito di ricostruire in maniera capillare la fitta rete di pusher-clienti pugliesi, molisani e abruzzesi nei cui confronti gli esponenti del “clan lucerino” smerciavano quasi quotidianamente significative quantità di sostanze stupefacenti di vario genere.

Sono stati accertati approvvigionamenti di sostanze stupefacenti che il clan lucerino otteneva da esponenti di un gruppo camorristico operante tra Castellammare di Stabia e Pompei; da soggetti facenti capo all’aggregato criminale riconducibile ai Li Bergolis-Miucci, nonché da soggetti della malavita cerignolana.

Il preliminare monitoraggio degli acquisti di sostanze stupefacenti da parte di esponenti del clan lucerino ha quindi consentito di estendere il raggio di azione delle indagini nei confronti di sodali dei montanari identificati in Matteo Pettinicchio, classe 1985, Libero Lombani, classe 1987, Giulio Guerra, classe 1989 e Giovanni Melchionda, classe 1984, tutti destinatari del provvedimento cautelare personale.

In alto, da sinistra, Miucci, Pettinicchio e Lombani; sullo sfondo, la conferenza stampa di Bari

Le indagini, oltre a disvelare l’intenso traffico di sostanze stupefacenti della compagine riconducibile ai Li Bergolis-Miucci su scala nazionale, ha rivelato la disponibilità di armi da parte degli stessi: infatti, sono state sequestrate tre pistole semiautomatiche, un silenziatore e trentasei cartucce che il capo clan Enzo Miucci aveva ritirato a Torino da esponenti della cosca calabrese, Benito Palaia, classe 1979, nonché il suo sodale e referente in Piemonte, Luca Fedele, classe 1982.

Non si esclude che le armi sequestrate potessero servire ad affermare e consolidare la propria egemonia criminale nel territorio garganico, in cui operano plurimi gruppi delinquenziali frammentati in continuo conflitto tra loro per la spartizione delle zone in cui esercitare le proprie attività illecite e privi di un forte, indiscusso vertice aggregante.

L’attività odierna ha inflitto un duro colpo allo storico clan “Li Bergolis-Miucci”, da anni impegnato in una sanguinosissima faida, tuttora in atto, contro la fazione “Lombardi-La Torre”, recentemente decimata dall’uccisione di Pasquale Ricucci.

In parallelo alle attività “classiche” di polizia giudiziaria, necessarie ad acquisire i riscontri finalizzati a corroborare il quadro accusatorio nei confronti degli indagati, con la collaborazione degli specialisti del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza sono state altresì condotte sofisticate investigazioni economico-finanziarie tese a ricostruire tutte le posizioni economico patrimoniali riferibili ai soggetti indagati e ad altri che fungevano da prestanome per i negozi giuridici relativi ai beni indirettamente posseduti dagli indagati. Ciò ha permesso di sottoporre a sequestro beni risultati nella disponibilità degli indagati per un valore complessivo di 2 milioni di euro, consistenti in 10 immobili, 3 autovetture, 2 aziende operanti nel settore del commercio di autoveicoli e 63 rapporti finanziari.