Pomodoro, a Foggia la prima filiera etica anticaporalato d’Italia. Tute bianche per i lavoratori dei ghetti

Il progetto è frutto dell’intesa tra il Gruppo Megamark di Trani (leader della distribuzione moderna nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati), l’associazione internazionale NO CAP e Rete Perlaterra

Tute bianche e dispositivi di sicurezza per la raccolta del pomodoro. Un orario giusto, contributi remunerati, un bagno chimico nel campo, il trasporto sottratto ai caporali. Sembra un’utopia e invece è realtà. La Capitanata è una provincia simbolo e ha dato vita ad un progetto sperimentale insieme al Metapontino e al Ragusano, che include 20 aziende agricole e 100 braccianti selezionati nei diversi ghetti. È nata la prima filiera etica in Italia contro il caporalato, frutto dell’intesa tra il Gruppo Megamark di Trani (leader della distribuzione moderna nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati), l’associazione internazionale anticaporalato NO CAP (impegnata nel promuovere e valorizzare le aziende agricole che rispettano la legalità e i diritti dei lavoratori) e Rete Perlaterra (associazione e rete tra imprese che promuovono pratiche agroecologiche di lavoro della terra).

Questa mattina nelle campagne di Via del Mare Yvan Sagnet presidente Associazione NO CAP Giovanni e Francesco Pomarico presidente e direttore operativo Gruppo Megamark, Gianni Fabbris – presidente associazione ‘Rete Perlaterra’ e Matteo Iuso della cooperativa agricola Prima Bio hanno presentato l’esperimento basato su un sistema di tracciabilità delle filiere agroalimentari mediante l’uso congiunto del bollino etico denominato “NoCap” promosso dall’Associazione NO CAP e del marchio di qualità etico “IAMME”, a breve nei supermercati a insegna A&O, Dok, Famila, Iperfamila e Sole365 del Mezzogiorno con cinque tipologie di conserve di pomodoro biologico, frutta e verdura fresche.

Il progetto mira a contrastare il caporalato e, in generale, il lavoro irregolare nel settore agricolo, garantendo ai produttori un prezzo giusto per i loro prodotti e ai lavoratori il pieno rispetto dei loro diritti, a partire dall’applicazione dei contratti collettivi del lavoro. Nel protocollo firmato alcuni giorni fa, infatti, il Gruppo Megamark si è impegnato ad acquistare prodotti agricoli etici garantiti dal bollino NoCap, rilasciato alle imprese agricole e di trasformazione dopo apposite verifiche effettuate dagli ispettori dell’Associazione NO CAP e, successivamente, dall’ente di certificazione DQA accreditato presso il Minpaf e Accredia.

Megamark in questo modo cerca anche di sfuggire al sistema della doppia asta, che innesca un meccanismo di compressione di prezzo nella Grande Distribuzione. Nel campo di 2 ettari e mezzo questa mattina 20 braccianti regolarmente assunti col contratto collettivo di lavoro a 6 ore e mezza, una raccolta tradizionale con cassoni, per una produzione bio. 500 quintali di resa, per un prezzo che si aggira intorno ai 14 cent al chilo.

“Sconfinare nell’illegalità e nel basso prezzo ha a che fare con l’etica di tutta la filiera, da chi cucina a chi produce, la doppia asta diventa quasi ricattatoria. O mi dici sì o sei fuori all’angolo – ha spietato il patron di Megamark -. Chi ha coraggio e apre gli occhi liberi di scegliere, va verso la legalità. Un buon piatto di spaghetti fatto con la salsa buona e giusta costa almeno 50 centesimi. Liberi di scegliere significa scegliere il giusto. Perché un bracciante deve dormire in un ghetto? Io scelgo di essere una persona perbene, sono solo una pedina nella GDO, ma abbiamo il dovere di guardare oltre”.

20 regolari assunti dopo visite mediche, i ragazzi vengono prelevati da un autobus messo a disposizione dalla Regione Puglia dalle varie foresterie dove vivono. Casa Sankara con Papa Latyr Faye e Mbaye è protagonista di questo cambiamento.

“Avevamo l’idea di creare un prodotto etico abbiamo fatto un giro nei ghetti e Megamark ha deciso di cavalcare l’onda dei libri di Yvan. I ragazzi vedono riconosciuti i loro diritti. Megamark mette nei punti vendita un prodotto di qualità Iamme, che costa circa 70 cent a bottiglia”, ha detto Francesco Pomarico.

“È un momento unico, quello che si sta facendo oggi nessuno l’ha fatto. L’approccio innovativo va al di là della certificazione. 3 soggetti stanno collaborando: commercializzazione, produzione e lavoro. Grazie alla collaborazione si può vincere non c’è chi comanda, non c’è il potere. Tutti noi siamo mandando un messaggio alla GDO, anche la distribuzione può essere diversa col riconoscimento del prezzo giusto. Non solo eticità, miriamo a contrastare il caporalato, siamo andati nei ghetti e li abbiamo sottratti ai caporali.

Partiamo da 100 braccianti, sogniamo la piena occupazione. Il caporalato sfrutta 80mila braccianti in tutta Italia, se arriviamo al 2 per cento per noi sarà già un successo. Fin quando i consumatori non si chiedono cosa c’è alimentiamo il caporali. Faccio appello ai consumatori: comprate questo prodotto, è buono e garantisce legalità”, è stato il commento di Yvan Sagnet.

Felici i lavoratori. “È la prima volta che lavoro con la tuta, vivo a Casa Sankara e non mi par vero di guadagnare 55 euro oggi. Prima prendevo 3,5 euro a cassone”, dice un giovane bracciante a l’Immediato.

Il decalogo No Cap

I sei aspetti aziendali valutati con la matrice multi-funzione ‘NoCap’, racchiudono i vari punti del decalogo alla base dell’attività dell’associazione:

Rispetto per il lavoro. Niente sfruttamento di manodopera sottopagata o schiavizzata. Contratti di lavoro legali e soprattutto UMANI.

Rispetto per l’ambiente e il paesaggio. Le attività economiche non devono distruggere le coste, i boschi, le montagne i laghi e le altre risorse naturali che sono la base dell’economia del turismo e generano PIL sostenibile per il Paese.

Rispetto per la salute dei cittadini. Produzione senza contaminanti e nessuna immissione di sostanze nocive nell’ambiente che inquinano il suolo, avvelenano l’aria o l’acqua e causano malattie.

Produzione di energia senza emissioni. Decarbonizzazione progressiva dei processi produttivi secondo il modello energetico distribuito e interattivo della Terza Rivoluzione Industriale, incentivando l’attività dell’autoproduzione (prosumer), e l’aggregazione di micro reti digitali di energia rinnovabile integrata nelle attività d’impresa.

Finanziamento etico delle attività di impresa. Anche i finanziamenti delle attività economiche devono seguire il modello democratico e distribuito, con la massima diffusione del micro credito, dell’azionariato popolare (crowdfunding) e della finanza popolare tramite appositi pacchetti specifici delle banche cooperative e delle casse di credito locali.

Ritorno alla filiera corta e locale per la diffusione commerciale dei prodotti con l’introduzione di norme di favore per la vendita di filiera corta a vantaggio delle piccole aziende per una giusta distribuzione commerciale.

Valorizzazione della trasformazione con processi ad alto valore aggiunto realizzati il più vicino possibile ai luoghi di produzione e integrati nei processi aziendali.

Adozione di pratiche a rifiuti zero sia nella produzione e nella distribuzione. Diminuzione progressiva di imballaggi e sistemi premianti per il riuso e riciclo che devono essere integrati nelle attività aziendali ed incentivate.

Promozione di nuove proposte turistiche ispirate all’offerta di un “turismo esperienziale” che porti sotto la guida di cittadini esperti, turisti provenienti da realtà urbane a conoscere tramite il lavoro, nelle arti, nell’artigianato e nella coltivazione, secondo la logica espressa da Carlo Petrini, secondo cui oltre a far viaggiare i prodotti verso i consumatori, vanno fatti viaggiare anche i consumatori verso i prodotti.

I Contratti di Rete.  Si tratta di un modello di collaborazione tra imprese che consente, pur mantenendo la propria indipendenza, autonomia e specialità, di realizzare progetti ed obiettivi condivisi, incrementando la capacità innovativa e limitando i costi di gestione.





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