Mafia Gargano, donne che incastrano i boss. Quella cimice nel telecomando della signora Li Bergolis

Dalla pentita Rosa Di Fiore alla compagna del capo dei “montanari”, il ruolo delle mogli nelle inchieste contro i clan del promontorio. La conversazione tra Caterino e Bergantino

Non solo la strage di San Marco. Nelle carte giudiziarie su quella mattanza emergono chiari riferimenti anche ad altri fatti di cronaca riguardanti la mafia del Gargano, una criminalità che ha visto spesso protagoniste le donne. Una delle più note è la pentita Rosa Di Fiore, coinvolta nel maxi processo “Iscaro-Saburo” contro i clan del promontorio. La sentenza di quel procedimento (anno 2009) certificò in modo chiaro l’esistenza della mafia garganica, fino a prima indicata come semplice faida tra allevatori. La Di Fiore amò due uomini di famiglie rivali in una guerra sanguinaria, quella tra i Tarantino e i Ciavarrella di San Nicandro Garganico.

Fu prima la moglie di Pietro Tarantino, pregiudicato, uno degli uomini più in vista del paese. Con lui ebbe tre figli. Poi, mentre il marito era in carcere per droga, fu amante di Matteo Ciavarrella; anche con lui, boss condannato all’ergastolo nel 2005 dalla Corte d’assise di Foggia, ebbe un figlio. 

Sulle dichiarazioni della donna si fondò l’inchiesta dell’epoca dei magistrati antimafia di Bari: in due anni 140 arresti nel Gargano. “Coprivo un po’ quello che facevano loro – raccontò la Di Fiore – avevo ruoli importanti, accompagnavo Matteo sui luoghi di traffici e delitti, erano piccole cose che andavano fatte bene. Poi mi sono stancata di vedere che sul tavolo della mia cucina veniva pianificata qualsiasi cosa. Volevo andare in un mondo dove i Tarantino e Ciavarrella non fossero davvero nessuno”. 

Rosa Di Fiore fu poi trasferita con i suoi quattro figli in una località protetta. Disse: “Mi piace vedere giocare i miei quattro figli insieme. Tre Tarantino e un Ciavarrella che si vogliono bene. A San Nicandro non sarebbe mai accaduto, sarebbe stato uno scandalo”.

Un’altra donna spunta invece dalle carte sulla mattanza del 9 agosto 2017 davanti alla stazione abbandonata di San Marco in Lamis. A parlarne, in una conversazione intercettata dagli inquirenti, è Giovanni Caterino, 39enne di Manfredonia, al momento unico imputato per quella strage, ritenuto dagli inquirenti il basista del commando armato.

Così parlava all’amico compaesano Giuseppe Bergantino, 45enne arrestato di recente in un blitz antidroga collegato ai fatti di San Marco. Le donne al centro dell’intercettazione.

Caterino: “Ma quel fatto là a me… (ndr. allude al fatto che è stato lasciato dalla fidanzata)… mi ha rovinato”

Bergantino: “Che fatto?”

Caterino: “E sapessi… la femmina è una razza bastarda… ricordatelo questo fatto”.

Bergantino: “Seee… lo dici a me…”

Caterino: “Gli uomini… i veri uomini se tu vedi… cadono sempre con le donne… cadono… le femmine… se tu… parla… parla di Manfredonia… Francesco (ndr. Li Bergolis Francesco) come è stato arrestato?”

Bergantino: “Chi Francesco?”

Caterino: “La moglie… le femmine…”

Bergantino: “Chi Francesco?”

Caterino: “Francesco Li Bergolis”

Bergantino: “Ah…”

Caterino: “Cioè io mi devo far dire da persone…”

Bergantino: “Si è lasciato? (ndr. riferito alla separazione di Li Bergolis Franco dalla moglie)”

Caterino: “È normale… si è lasciato… dopo che lo hanno arrestato, dopo un mese… due mesi si era lasciata… dopo quattro, cinque mesi già andava ‘zoccoliando’

Bergantino: “Già teneva il verme…”

Caterino: “Lo ha fatto arrestare lei oh! Teneva il telecomando… là ci sta la dimostrazione, là come si dice l’hanno presa e glielo hanno portato… da Foggia lo hanno portato… inc… e di là lo hanno portato a Monte (ndr. Monte Sant’Angelo), pensa un poco tu… come fai… e lui giustamente in una macchina diversa… dice che teneva un telecomando nella macchina a casa… dove hanno messo il coso… e lui si è accorto pure… quello poi è brutto dire… mia moglie… le femmine possono essere la rovina e la gioia… di una persona…”

Giovanni Caterino nella cella della Corte d’assise di Foggia parla con il suo avvocato

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, “Caterino – si legge nelle carte giudiziarie – era particolarmente informato sulle dinamiche criminali che vedevano coinvolti personaggi malavitosi legati al clan Li Bergolis. L’uomo asseriva che Franco Li Bergolis era stato arrestato grazie al supporto che la moglie aveva dato alla p.g., portando con se un telecomando con all’interno ‘un qualcosa’ che segnalava i suoi spostamenti”.

Nel processo in Corte d’assise a Foggia, Caterino dovrà difendersi anche dall’accusa di far parte, e di aver favorito, il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, oggi retto da Enzo Miucci detto “U’ Criatur”, pro cugino dei fratelli Franco, Armando e Matteo Li Bergolis, tutti in carcere a scontare lunghissime condanne. Caterino è, al momento, l’unico imputato per la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. Secondo l’accusa avrebbe fatto da basista al commando armato, composto da tre sicari, che quel giorno uccise Mario Luciano Romito, Matteo De Palma e i contadini Aurelio e Luigi Luciani. (Nella foto in alto, sullo sfondo, l’arresto di Franco Li Bergolis; nei riquadri, sopra, il boss montanaro e sotto, Giovanni Caterino)

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