Scoppia il bubbone del verde pubblico a San Severo. Polemiche sull’appalto da 180mila euro

I sindacati sono sul piede di guerra per l’appalto sul verde pubblico a San Severo. Definiscono “paradossale” la situazione che stanno vivendo decine di famiglie. “L’appalto – fa sapere Santo Mangia dell’Usb – è stato affidato alla ditta Navita, per un importo di 180 mila euro l’anno. Questi hanno dato in subappalto la gestione ad altre cooperative, che per legge avevano l’obbligo di dare continuità lavorativa a 7 lavoratori, gli stessi che negli ultimi 20 anni sono stati impiegati nello stesso servizio”.
Molti di questi rivengono da progetti di reinserimento lavorativo che, in prima battuta, erano gestiti direttamente dal Comune di San Severo. “Il paradosso – continuano dal sindacato – è che questi lavoratori avevano acquisito il diritto alla stabilizzazione da parte dello stesso Comune nel periodo in cui l’attuale sindaco era Assessore nella giunta Santarelli e che, stranamente, furono tenuti fuori (forse per far posto ad altri loro vicini?). Ma, non essendoci mai fine al peggio, oggi ci ritroviamo nella situazione che il Comune, pur di non dare continuità lavorativa a questi cittadini, si sta inventando l’assegnazioni del servizio che, oltre ad essere molto oneroso (basti pensare a quanto è costata la pulizia del verde di alcune scuole, oltre 37mila euro per meno di un mese di lavoro) non porterà, sicuramente, ad una gestione continuativa del servizio”.
La Usb ha presentato proposte che garantiscono sia la continuità lavorativa sia del servizio per 365 giorni all’anno. “Ma forse – precisano – perché teneva fuori tanti sanguisuga che si arricchiscono sulle spalle dei lavoratori e dei cittadini, non sono state prese in considerazione dall’amministrazione comunale che, come tutte le altre amministrazioni precedenti, preferisce ‘accontentare’ qualcuno con assegnazione diretta del servizio a scapito della economicità e del diritto di questi lavoratori a vedersi riconoscere, dopo venti anni, la tanto agognata continuità lavorativa definitiva. Il tragico è che l’unica fonte di reddito delle famiglie era la misera paga che percepivano con le varie cooperative che si sono succedute nel tempo, oggi si trovano nelle condizioni non solo di aver perso il lavoro ma, anche, di non poter accedere agli ammortizzatori sociali. Di tutto questo – conclude Mangia – qualcuno all’interno dell’amministrazione e della struttura dirigenziale ne dovrà rispondere sia alla propria coscienza”.