“L’ho ucciso perché mi sentivo minacciato. Non avevo premeditato di farlo, infatti la pistola ce l’avevo smontata”. È tornato a ribadire questa versione Donato Romano, 45 anni, muratore foggiano, imputato per l’omicidio di Giovanni “Gigi” Mastropasqua, il fruttivendolo di 51 anni ucciso con un colpo di pistola il 19 giugno 2025 all’interno della propria auto in via Zuretti, a Foggia.
L’interrogatorio dell’imputato ha rappresentato il momento centrale dell’udienza celebrata davanti alla Corte d’Assise. Romano, reo confesso, aveva già ammesso il delitto poche ore dopo l’arresto davanti a squadra mobile e carabinieri, confermando successivamente la confessione sia davanti al gip sia nell’udienza preliminare dell’11 marzo scorso.
Il nodo della premeditazione
La responsabilità dell’omicidio non è in discussione. Il processo ruota attorno alla contestata aggravante della premeditazione, dalla quale dipenderà l’entità della pena.
Per il pubblico ministero il delitto fu pianificato. A sostegno di questa tesi l’accusa richiama il fatto che Romano si presentò armato all’incontro con la vittima e una conversazione intercettata in carcere pochi giorni dopo l’arresto.
“L’avevo già deciso di ucciderlo prima”, disse parlando con un familiare. Una frase sulla quale il pm ha insistito durante il controesame.
Diversa la linea della difesa, affidata all’avvocata Monica Scaglione, secondo cui il delitto sarebbe maturato d’impulso e senza alcuna pianificazione.
“Quelle parole erano dettate dalla rabbia”
Rispondendo alle domande dell’accusa, Romano ha cercato di spiegare il significato di quella conversazione intercettata il 2 luglio 2025.
“Già lo volevo uccidere prima. Che mi ha fatto? Ha toccato la famiglia, mi è venuto a cercare l’estorsione”, aveva detto al proprio interlocutore.
In aula ha sostenuto che si trattava soltanto di “parole in libertà”, pronunciate sotto l’effetto della rabbia dopo l’arresto.
“Anche perché, se avessi davvero voluto ucciderlo, avrei avuto tante altre occasioni per farlo”, ha dichiarato.
Il debito e le presunte minacce
Secondo la ricostruzione fornita dall’imputato, tutto sarebbe nato da un prestito di 1.500 euro ricevuto due mesi prima per acquistare una pompa a spruzzo.
L’accordo prevedeva la restituzione di 1.900 euro entro un mese. Romano sostiene però che successivamente Mastropasqua gli avrebbe chiesto 4.500 euro complessivi, accompagnando la richiesta con minacce e intimidazioni. Il fruttivendolo era solito mandare messaggi criptici ai presunti debitori anche tramite TikTok.
Alla domanda sul perché non avesse mai denunciato le presunte richieste usurarie, il muratore ha risposto: “Per orgoglio”. Ha spiegato di essersi sentito umiliato perché, pur avendo restituito il denaro, gli sarebbero stati sottratti l’auto e la serenità familiare.
La famiglia della vittima, costituita parte civile, respinge invece questa ricostruzione, sostenendo che il denaro fosse stato prestato esclusivamente per amicizia e che non vi fossero state richieste usurarie né minacce.
“Oggi Gesù Cristo te lo faccio conoscere io”
Romano ha ripercorso anche gli ultimi istanti prima dell’omicidio.
Secondo il suo racconto, durante il confronto all’interno dell’auto della vittima, Mastropasqua gli avrebbe detto: “Oggi ti faccio vedere cosa succede. Mo’ andiamo a casa tua. Vuoi andare a chiamare pure a Gesù Cristo”.
A quel punto sarebbe sceso dall’auto, avrebbe rimontato la pistola sul tettuccio della vettura – circostanza che, secondo la difesa, dimostrerebbe l’assenza di premeditazione – e avrebbe pensato: “No, tu a casa non ci vieni. Oggi Gesù Cristo te lo faccio conoscere io”.
Subito dopo sarebbe risalito nell’abitacolo ed esploso l’unico colpo mortale.











