Si dichiara estraneo all’omicidio di Gerardo Mongiello e respinge ogni accusa Luca Ceglia, il 43enne dipendente della Cartiera arrestato il 19 giugno scorso dalla squadra mobile in esecuzione di un’ordinanza cautelare firmata dal gip Loretta Plantone.
L’uomo è accusato di porto illegale di arma da fuoco e dell’omicidio premeditato del 45enne foggiano, incensurato, raggiunto da due colpi di fucile la sera del 2 agosto 2024 nei pressi della propria abitazione, in zona via Smaldone. Mongiello morì due giorni dopo in ospedale a causa delle gravissime lesioni riportate.
L’interrogatorio davanti al gip
Comparso ieri davanti al giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio di garanzia, Ceglia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una scelta processuale accompagnata però dal richiamo a quanto già dichiarato agli investigatori quando venne ascoltato come testimone nel gennaio 2025.
In quella circostanza il 43enne negò di conoscere Mongiello ed escluse qualsiasi coinvolgimento nell’agguato, spiegando di aver appreso dell’omicidio soltanto attraverso gli organi di informazione.
Secondo quanto emerge dagli atti difensivi, Ceglia sostiene inoltre che, all’epoca del delitto, non avrebbe neppure potuto utilizzare una bicicletta a causa dei postumi di un intervento chirurgico subito circa due mesi prima.
Il Dna sul cappellino perso dal killer
L’elemento ritenuto più rilevante dagli investigatori riguarda il cappellino con visiera che l’assassino avrebbe perso durante la fuga in sella a una bicicletta elettrica.
Secondo la relazione del gabinetto interregionale della Polizia Scientifica, le tracce biologiche rinvenute sull’oggetto fornirebbero un “supporto estremamente forte all’ipotesi di inclusione di Ceglia nella traccia”, indicando come altamente probabile la compatibilità del profilo genetico.
Per il resto, il quadro accusatorio è composto da una serie di elementi indiziari. La corporatura dell’uomo ripreso dalle telecamere di videosorveglianza sarebbe compatibile con quella dell’indagato, anche se non risulta eseguita una consulenza antropometrica. Analoga compatibilità sarebbe stata riscontrata tra la bicicletta elettrica posseduta da Ceglia e quella utilizzata dall’autore materiale dell’agguato.
Gli investigatori ritengono inoltre che il 43enne possa essersi recato in una zona di campagna, a Borgo La Rocca, per recuperare e successivamente nascondere il fucile utilizzato nell’omicidio. Le perquisizioni effettuate nell’area, tuttavia, non hanno portato al ritrovamento dell’arma.
Le ipotesi sul movente
Resta ancora da chiarire il motivo che avrebbe spinto, secondo l’accusa, Luca Ceglia a colpire una persona che sostiene di non aver mai conosciuto.
Squadra mobile, Procura della Repubblica di Foggia e gip individuano tre possibili scenari investigativi, tutti collegati all’omicidio di Nicola Di Rienzo, il ventunenne ucciso a colpi di pistola il 27 novembre 2022 in via Saragat da Antonio Pio Ceglia, figlio dell’attuale indagato, oggi detenuto e condannato a dieci anni di reclusione.
La prima ipotesi, considerata la più accreditata dagli inquirenti, è quella dello scambio di persona.
La pista dello scambio di persona
Dopo l’omicidio Di Rienzo e l’arresto del giovane Ceglia, la famiglia sarebbe stata destinataria di minacce, aggressioni e attentati incendiari. Gli investigatori ritengono che un amico della vittima, indicato negli atti con le iniziali A.P., avesse manifestato l’intenzione di vendicare la morte del ventunenne.
Secondo il gip, Luca Ceglia avrebbe potuto decidere di anticipare eventuali ritorsioni eliminando proprio A.P. Tuttavia, Mongiello sarebbe stato colpito per errore a causa della forte somiglianza fisica con il presunto obiettivo.
Nell’ordinanza si evidenzia come i due uomini si conoscessero e scherzassero spesso su tale somiglianza, chiamandosi reciprocamente “sosia”.
Le altre ricostruzioni investigative
Le altre due ipotesi formulate dagli investigatori ruotano attorno a presunti contrasti legati al traffico di droga. Una ricostruzione che, però, si scontra con un dato ritenuto significativo dagli stessi atti d’indagine: Gerardo Mongiello era incensurato e non risultava coinvolto né sospettato di attività di spaccio o altri reati.
Una delle ipotesi è che Mongiello fosse stato individuato come figura vicina a persone coinvolte nelle vicende che avrebbero portato all’omicidio Di Rienzo e alla successiva detenzione di Antonio Pio Ceglia.
La terza pista, infine, è quella di un “messaggio” rivolto indirettamente ad A.P., attraverso l’eliminazione di una persona a lui vicina, con l’obiettivo di scoraggiare eventuali propositi di vendetta.
Si tratta, allo stato, di scenari investigativi che dovranno trovare conferma nel prosieguo delle indagini e nell’eventuale confronto processuale, mentre il punto centrale dell’accusa resta il Dna individuato sul cappellino attribuito al killer in fuga.










