Nuovo capitolo nel processo d’appello per l’omicidio di Rocco Dedda detto “il sombrero”, il foggiano ucciso il 23 gennaio 2016 sull’uscio della propria abitazione in via Capitanata, durante la sanguinosa guerra di mafia che contrappose i clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla.
Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Bari sono stati ascoltati in videocollegamento quattro esponenti della Società foggiana: il boss Rocco Moretti, Leonardo Lanza figlio di Vito “U’ lepre”, Ernesto Gatta e Fabio Tizzano. Tutti hanno smentito il collaboratore di giustizia Gianluigi Troiano detto “U’ minorenn”, ex affiliato del clan Raduano di Vieste, che nei mesi scorsi aveva riferito circostanze ritenute rilevanti per il processo.
Il processo ad Albanese
Sul banco degli imputati c’è Giuseppe “Prnion” Albanese, 46 anni, ritenuto dalla procura uno dei componenti del gruppo di fuoco del clan Moretti e già condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio Dedda.
L’agguato maturò nel pieno della faida mafiosa che tra settembre 2015 e ottobre 2016 provocò tre omicidi e numerosi ferimenti tra opposte fazioni criminali.
Albanese, detenuto al 41 bis nel carcere di Parma, si è sempre dichiarato innocente.
Le dichiarazioni del pentito Troiano
Nel corso dell’udienza del 15 ottobre 2025, Troiano aveva raccontato di avere condiviso la detenzione nel carcere di Bari con diversi esponenti del clan Moretti dopo il blitz “Decima Azione” del 2018.
Secondo il collaboratore di giustizia, proprio durante quel periodo avrebbe appreso informazioni sull’omicidio Dedda.
Troiano aveva riferito che Alessandro Moretti alias “Sassolin” ucciso il 15 gennaio scorso in un agguato mafioso, gli avrebbe confidato che uno dei due killer ripresi dalle telecamere di videosorveglianza fosse proprio Albanese, riconosciuto dal modo di camminare.
Sempre secondo il pentito, il boss Rocco “il porco” Moretti avrebbe invitato i detenuti foggiani e viestani a fare gruppo in carcere e raccomandato di non far circolare tra i detenuti baresi l’inserto di Capitanata della Gazzetta del Mezzogiorno, temendo che eventuali collaboratori di giustizia potessero utilizzare quelle notizie nelle loro dichiarazioni.
La smentita dei quattro mafiosi
I quattro testimoni citati dalla Corte hanno però respinto integralmente questa ricostruzione.
Rocco Moretti, Leonardo Lanza, Ernesto Gatta e Fabio Tizzano hanno confermato di avere conosciuto Troiano soltanto durante la detenzione nel carcere di Bari, negando però qualsiasi rapporto di confidenza.
Tutti hanno sostenuto di non aver mai discusso con lui di vicende mafiose, omicidi o affari criminali.
Il boss Moretti ha inoltre escluso di aver mai pronunciato la frase attribuitagli sulla Gazzetta del Mezzogiorno e ha negato di aver chiesto ai detenuti foggiani e viestani di condividere la stessa cella.
“La Gazzetta si comprava regolarmente”
Un altro punto contestato riguarda proprio il presunto divieto di far leggere il quotidiano ai detenuti baresi.
I quattro hanno evidenziato che il giornale era normalmente acquistabile all’interno del carcere di Bari e che chiunque poteva leggerlo autonomamente, rendendo inutile qualsiasi presunta raccomandazione.
Il nodo delle dichiarazioni dei collaboratori
La posizione di Albanese continua a ruotare attorno alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia.
Oltre a Troiano, nel processo sono confluite le dichiarazioni dell’ex morettiano Carlo Verderosa, che sostiene di aver ricevuto una confessione dall’imputato durante la detenzione, dell’altamurano Pietro Antonio Nuzzi e del collaboratore Giuseppe “il capellone” Francavilla, che affermano di aver riconosciuto Albanese nelle immagini dei sicari in fuga.
Un quadro accusatorio che la difesa continua a contestare.
Sentenza attesa in autunno
Con l’audizione dei quattro esponenti della Società foggiana si avvia alla conclusione l’istruttoria dibattimentale.
Il processo tornerà in aula in autunno per la requisitoria della Procura generale, l’arringa difensiva e la sentenza di secondo grado.








