È iniziato in aula di Corte d’Assise di Foggia il filone del processo “Giù le mani” dedicato alla vicenda del ristorante “Guarda che Luna”, la struttura realizzata sulla scogliera di Manfredonia al centro di uno dei capitoli più discussi dell’inchiesta.
Imputati per questo segmento del procedimento sono Michele Romito, al quale era riconducibile il locale, e l’ex assessore comunale Angelo Salvemini. L’accusa contesta a quest’ultimo di aver esercitato pressioni sul commissario della Polizia Locale Michele Stelluti affinché procedesse al sequestro della struttura, una misura che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe potuto bloccare o comunque ritardare le operazioni di smontaggio.
La testimonianza di Stelluti
Primo teste ascoltato dalla Corte è stato proprio il commissario Michele Stelluti, che ha ricostruito il rapporto con l’ex assessore.
“Conosco Salvemini da tempo, avevamo rapporti di conoscenza”, ha spiegato in aula. Secondo il teste, pochi giorni prima delle operazioni di smontaggio del “Guarda che Luna” sarebbe stato convocato telefonicamente nello studio di Salvemini, all’epoca assessore con delega alla Polizia Locale e ai Lavori Pubblici.
Nel corso dell’incontro, Salvemini gli avrebbe chiesto di procedere al sequestro della struttura. Stelluti ha riferito che l’ex assessore gli avrebbe prospettato possibili conseguenze disciplinari e penali qualora non avesse seguito quella linea.
A precisa domanda della difesa, il commissario ha confermato di aver percepito quelle parole come una minaccia di sanzioni. Lo stesso Stelluti ha però precisato che dopo quell’episodio non vi furono conseguenze sul piano professionale e che i rapporti personali con Salvemini rimasero invariati.
“Dopo quell’incontro non ho avuto ripercussioni nell’ambito lavorativo e i miei rapporti con Salvemini sono rimasti uguali come prima”, ha dichiarato.
Le verifiche sul ristorante
Nel corso della deposizione si è parlato anche dei sopralluoghi effettuati presso il locale. Stelluti ha ricordato di aver partecipato ad accertamenti insieme ai tecnici comunali per verificare eventuali anomalie della struttura, pur senza ricordare con precisione chi fosse presente o gli esiti dettagliati delle verifiche.
Ha riferito che durante uno dei sopralluoghi era presente Francesco Romito, mentre il padre Michele appariva più defilato.
Il commissario ha inoltre spiegato che, per quanto risultava dalle informazioni fornite dai tecnici, il ristorante era privo del necessario permesso di costruire e che nel novembre 2022 risultava ancora installato nonostante il mancato smontaggio entro il termine previsto del 30 ottobre.
L’episodio della parola “bastard”
Uno dei passaggi affrontati durante il controesame ha riguardato una presunta offesa che sarebbe stata pronunciata durante le operazioni di smontaggio del locale.
Stelluti ha riferito di aver sentito pronunciare una sola volta la parola “bastard” in dialetto, ma di non poter affermare che fosse indirizzata alla dirigente comunale Rosa Tedeschi.
“Romito era almeno a venti o trenta metri dalla Tedeschi. Lei non era sola sugli scogli, c’erano operai e geometri”, ha spiegato.
Il commissario ha inoltre escluso di aver mai avuto problemi con Michele Romito durante controlli e sopralluoghi, precisando di non aver assistito a particolari atteggiamenti aggressivi o intemperanze.
La replica di Salvemini
Le dichiarazioni di Stelluti hanno provocato l’immediata reazione della difesa di Angelo Salvemini. L’ex assessore ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee sostenendo che la ricostruzione relativa alle presunte minacce disciplinari sarebbe smentita dalle intercettazioni ambientali e telefoniche effettuate dagli investigatori proprio sul colloquio avvenuto nel suo studio.
Secondo Salvemini, dalle trascrizioni emergerebbe che non venne mai pronunciata alcuna minaccia nei confronti di Stelluti. Al contrario, l’ex assessore sostiene di essersi preoccupato di comprendere se il commissario avesse subito pressioni da altri soggetti per evitare il sequestro della struttura.
Salvemini ha inoltre spiegato che la convocazione del dirigente della Polizia Locale sarebbe stata finalizzata esclusivamente ad approfondire alcune presunte anomalie nella procedura amministrativa adottata per lo smontaggio del ristorante.
La presunta minaccia sul piano disciplinare è infatti smentita da un’intercettazione in cui emergerebbe tutt’altro. Salvemini ha già anticipato che presenterà denuncia nei confronti del teste per aver dichiarato il falso.
Le contestazioni sulla procedura amministrativa
Nelle dichiarazioni rese alla Corte, l’ex assessore ha sostenuto che il suo interesse fosse rivolto alla verifica della legittimità delle procedure seguite dagli uffici comunali e non a ostacolare la rimozione del locale. Circostanza riferita anche all’allora sindaco Gianni Rotice.
In particolare, Salvemini ha contestato la procedura che portò all’attivazione dell’intervento di demolizione, sostenendo che vi sarebbero state irregolarità nella sequenza degli atti amministrativi adottati.
Una tesi che la difesa intende sostenere anche nelle prossime fasi del dibattimento, facendo leva sulle intercettazioni e sulla documentazione amministrativa acquisita agli atti.
Il processo prosegue
L’udienza si è conclusa con l’acquisizione delle dichiarazioni rese da Stelluti durante le indagini preliminari e con un acceso confronto tra accusa e difesa sul significato da attribuire ai colloqui e alle iniziative assunte dai protagonisti della vicenda.
Il processo proseguirà nelle prossime settimane con l’ascolto di ulteriori testimoni chiamati a ricostruire uno dei filoni più delicati dell’inchiesta “Giù le mani”, che ruota attorno ai rapporti tra amministrazione comunale, attività imprenditoriali e gestione delle procedure amministrative a Manfredonia.
I nomi degli imputati, le accuse principali e gli episodi contestati
“Giù le mani” nasce da cinque filoni investigativi che racchiudono 14 capi d’imputazione. Secondo la procura, l’ex sindaco di Manfredonia Gianni Rotice, insieme al fratello Michele detto “Lino”, avrebbe chiesto a Michele Romito di sostenere al ballottaggio del 2021 la propria elezione a primo cittadino in cambio dell’interessamento per evitare lo smontaggio di una parte del ristorante “Guarda che Luna”.
Romito risponde di tentata concussione, insieme all’ex assessore Angelo Salvemini, per presunte pressioni su dirigenti comunali finalizzate proprio a bloccare lo smantellamento della struttura.
Altra vicenda riguarda Grazia Romito, sorella di Michele, imputata di falso per aver ottenuto, tramite un prestanome, la gestione di un’agenzia funebre nonostante un’interdittiva antimafia a suo carico. Il prestanome sarebbe Luigi Rotolo, anche lui imputato. Salvemini risponde anche di corruzione per un presunto scambio di favori con l’ex segretaria comunale Giuliana Galantino (imputata ma anche parte offesa), che avrebbe ricevuto supporto nella redazione di una nota utile a difendersi da accuse di mobbing, in cambio di una decisione favorevole all’interesse di una società legata ai Romito.
Le imputazioni più numerose sono a carico dell’ex dipendente dell’azienda dei rifiuti “Ase”, municipalizzata del Comune, Michele “Racastill” Fatone, accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.












