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Home - Altro che “trappola”. Dalla Peugeot a Orti Frenti, cosa dicono davvero le sentenze su Armando Li Bergolis

Altro che “trappola”. Dalla Peugeot a Orti Frenti, cosa dicono davvero le sentenze su Armando Li Bergolis

La lettera dell'ex boss dei montanari riapre vecchie ferite e antiche polemiche. Ma gli atti giudiziari raccontano una storia diversa: non fu il summit di Orti Frenti a costruire l'impianto accusatorio contro il clan

Di Francesco Pesante
31 Maggio 2026
in Gargano, Inchieste
A destra, Armando Li Bergolis

A destra, Armando Li Bergolis

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Dopo ventidue anni di carcere, di cui quindici trascorsi al 41 bis, Armando Li Bergolis, tornato in libertà, ha deciso di parlare. Lo ha fatto con una lunga lettera nella quale rivendica la propria innocenza, contesta le sentenze che lo hanno condannato e sostiene che il suo processo si sarebbe fondato soprattutto sulle intercettazioni del summit di Orti Frenti, definito una “vera e propria trappola”.

Una ricostruzione che inevitabilmente riapre il dibattito su una delle pagine più importanti della storia criminale del Gargano. Ma è una ricostruzione che, leggendo le sentenze e gli atti processuali, appare incompleta. Tra gli inquirenti non mancherebbero irritazione e perplessità per la scelta di diffondere pubblicamente la lettera, considerata da alcuni una ricostruzione parziale di vicende già ampiamente vagliate nelle aule giudiziarie.

Il boss montanaro fu condannato a 27 anni per mafia, traffico di droga, estorsione e armi a fronte della richiesta di ergastolo della Direzione distrettuale antimafia di Bari.

In sentenza scrissero: “Capo con funzioni di comando assoluto ed altresì con facoltà di autorizzare o vietare o coordinare le più importanti decisioni del sodalizio”.

Li Bergolis è uscito nei giorni scorsi godendo di uno sconto di cinque anni e si sarebbe stabilizzato nella sua Monte Sant’Angelo. Ora sarebbe in libertà vigilata.

Le intercettazioni nella Peugeot

Per capire cosa accadde davvero bisogna tornare indietro di oltre venticinque anni, agli anni della grande guerra di mafia tra Monte Sant’Angelo e Manfredonia.

Le indagini che portarono al processo Iscaro-Saburo non nacquero certo a Orti Frenti. Quando il summit della masseria venne registrato, il 2 dicembre 2003, gli investigatori monitoravano da tempo il gruppo dei montanari.

Il cuore dell’inchiesta fu soprattutto una Peugeot 306 utilizzata da Franco Li Bergolis, il terzo dei fratelli dopo Matteo e Armando, tutti soprannominati “Calcarulo”, nipoti diretti del patriarca del clan Ciccillo Li Bergolis detto “U’ Calcarulo” o “U’ vicchiaridd”, ucciso nel 2009. Per diverso tempo i carabinieri registrarono conversazioni che descrivevano dall’interno il funzionamento dell’organizzazione. Furono quelle intercettazioni, molto prima di Orti Frenti, a fotografare estorsioni, traffico di droga, disponibilità di armi, gestione delle intimidazioni e rapporti gerarchici all’interno del gruppo. Anche sull’auto di Armando Li Bergolis, una Fiat Uno targata Palermo, fu attivato un ambientale. 

Nelle conversazioni captate i protagonisti discutevano apertamente della spartizione dei proventi delle estorsioni, delle somme da pretendere dalle vittime, dei cantieri da controllare e dei soldi da distribuire tra gli affiliati.

In una delle intercettazioni più significative, riportata nella sentenza, Franco Li Bergolis e Michele Santoro detto “Mangiafave”, factotum dei montanari, parlarono della necessità di restare “tutti insieme”, di dividere i soldi delle estorsioni e di mantenere compatto il gruppo criminale. I giudici individuarono proprio in queste conversazioni elementi fondamentali per dimostrare l’esistenza dell’associazione mafiosa.

La sentenza: “Controllo del territorio, estorsioni, droga e omicidi”

Nelle motivazioni di Iscaro-Saburo i giudici furono espliciti. Scrissero che la forza intimidatrice dell’organizzazione emerse dal controllo del territorio, dalle estorsioni, dai furti, dal traffico di droga e dalla capacità di eliminare fisicamente i nemici. La sentenza parlò di una struttura mafiosa dotata di gerarchie precise e individuò nei fratelli Li Bergolis e in Michele Santoro il vertice operativo del gruppo.

Le intercettazioni riportarono conversazioni su attentati intimidatori, richieste estorsive, spartizione dei proventi e disponibilità di armi. In un passaggio gli stessi interlocutori discussero della necessità di simulare colpi di arma da fuoco contro attività commerciali per rafforzare l’efficacia delle richieste estorsive. Elementi che esistevano indipendentemente dal summit di Orti Frenti.

Che cos’era davvero Orti Frenti

Il 2 dicembre 2003, nella masseria di Orti Frenti, si tenne un incontro destinato a diventare uno dei passaggi più celebri della storia giudiziaria garganica.

Vi parteciparono Armando Li Bergolis, Franco Li Bergolis, i fratelli “Lombardoni” Matteo e Antonio Lombardi, i fratelli Franco e Mario Romito, Franco Giovanditto e Leonardo Clemente. Lo scopo fu quello di affrontare le tensioni nate dopo una lunga serie di omicidi che avevano insanguinato il territorio.

Nella lettera inviata dopo la scarcerazione, Armando Li Bergolis sostiene che proprio quelle intercettazioni sarebbero state la “prova regina” del processo e addirittura una “trappola”.

Ma il summit produsse soprattutto la confessione di Matteo Lombardi detto “Lombardone” sull’omicidio di Michele Santoro, storico braccio destro dei Li Bergolis. La vicenda nacque da un dissidio legato alla spartizione dei proventi delle estorsioni e alla paura di ritorsioni sul proprio figlio da parte di Lombardi che avrebbe anticipato “Mangiafave” ordinandone l’eliminazione fisica.

La confessione di Lombardi

Durante il confronto registrato dalle microspie, Lombardi accusò i Li Bergolis di avergli ucciso diversi amici e rivendicò apertamente l’assassinio di Santoro.

“Sono stato io“, disse davanti ai presenti. “Voi me ne avete fatti tre, io ve ne ho fatto uno”.

Per i giudici il significato della conversazione fu inequivocabile.

“Dall’intero contesto della captazione Orti Frenti si evince chiaramente che Lombardi confessa di essere l’autore dell’omicidio”, scriveranno nelle motivazioni.

Quella registrazione porterà infatti alla condanna definitiva dello stesso Lombardi per l’omicidio Santoro.

Perché non fu Orti Frenti a “incastrare” da sola i montanari

C’è un altro passaggio della sentenza che merita attenzione. I giudici riconoscono che il ruolo dei fratelli Franco e Mario Romito e dei loro rapporti con alcuni carabinieri modificò profondamente l’impianto accusatorio originario. Ma aggiungono subito che questo non fece venir meno il valore probatorio raccolto nei confronti dei Li Bergolis.

In altre parole, la vicenda Orti Frenti non cancellò le montagne di materiale investigativo già raccolto attraverso le intercettazioni precedenti.

Anzi, nelle stesse ricostruzioni successive viene ricordato che furono soprattutto le conversazioni registrate nella Peugeot di Franco Li Bergolis a fornire agli investigatori il quadro complessivo dell’organizzazione e a contribuire alle pesanti condanne confermate poi in Cassazione nel 2011.

D’altronde tutto cominciò dalla “strage del venerdì santo” del 12 aprile 2001 sul Gargano, un sanguinoso agguato in cui furono assassinati Giuseppe Quitadamo, Francesco Prencipe e Daniele De Nittis. Fu quella scena da film maturata dopo un lungo inseguimento ad accendere i riflettori degli inquirenti sulla mafia dei montanari.

Il peso storico di Iscaro-Saburo

Per la magistratura Iscaro-Saburo rappresentò il processo che certificò per la prima volta l’esistenza di una vera organizzazione mafiosa sul Gargano.

Da quelle indagini emerse una struttura che, secondo le sentenze, esercitava il controllo del territorio attraverso intimidazioni, estorsioni, traffici illeciti e uso sistematico della violenza.

Oggi Armando Li Bergolis sostiene di non voler essere ricordato come un capo mafia, ma gli atti processuali raccontano che la storia giudiziaria dei montanari non nacque dentro una sola stanza della masseria di Orti Frenti. Cominciò molto prima, lungo le strade del Gargano, dentro una Peugeot 306 imbottita di microspie che per anni registrò estorsioni, traffici, minacce e rapporti di potere di quello che le sentenze hanno definito uno dei più importanti clan mafiosi della provincia di Foggia.

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