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Home - Da “Mi vergogno di essere un cittadino italiano” alla libertà: cosa succede ora dopo il ritorno di Armando Li Bergolis

Da “Mi vergogno di essere un cittadino italiano” alla libertà: cosa succede ora dopo il ritorno di Armando Li Bergolis

Il boss è tornato libero. Un viaggio tra la faida garganica, la guerra con il gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre, la strage di San Marco in Lamis e i nuovi scenari investigativi

Di Francesco Pesante
29 Maggio 2026
in Gargano, Inchieste
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Il ritorno in libertà di Armando Li Bergolis riaccende l’attenzione sugli equilibri della mafia garganica. Un nome che per oltre vent’anni è rimasto al centro delle più importanti inchieste antimafia sul Gargano e che oggi torna d’attualità in una fase particolarmente delicata per gli assetti criminali della provincia di Foggia.

Considerato dagli investigatori il capo più carismatico del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, Armando Li Bergolis è uscito dal carcere dopo una lunga detenzione, gran parte della quale trascorsa al 41 bis. Una scarcerazione che arriva mentre il fratello Matteo, condannato a una pena sostanzialmente analoga, è ormai prossimo alla liberazione, mentre Franco Li Bergolis resta detenuto all’ergastolo. I tre fratelli sono nipoti del patriarca del clan, Ciccillo “U’ Calcarulo” Li Bergolis ucciso nel 2009.

Per comprendere il peso di questo ritorno bisogna tornare indietro di decenni, alla storica faida che ha segnato Monte Sant’Angelo e l’intero Gargano. Una guerra nata tra i clan tradizionali del territorio e poi evolutasi nella lunga e sanguinosa contrapposizione tra il gruppo dei montanari e quelli che un tempo erano alleati e che negli anni hanno dato vita all’area criminale oggi riconducibile al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre.

Una guerra che ha provocato decine di omicidi, agguati e vendette trasversali, modificando profondamente gli assetti della criminalità organizzata garganica. Nel mezzo, arresti eccellenti, ergastoli, collaborazioni con la giustizia e nuovi interessi criminali, soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti, considerato ancora oggi uno dei principali business delle organizzazioni mafiose del territorio.

Armando Li Bergolis era già diventato uno dei simboli della mafia garganica nel maxi processo Iscaro-Saburo, l’inchiesta che per la prima volta portò la magistratura a riconoscere l’esistenza di una vera e propria organizzazione mafiosa sul Gargano. Nel 2010, quando la Corte d’Appello confermò nei suoi confronti una condanna a 27 anni di reclusione, pronunciò parole destinate a lasciare il segno: “Mi vergogno di essere un cittadino italiano, questa non è giustizia”. Una frase che fotografava il momento di massima contrapposizione tra uno dei capi storici dei montanari e lo Stato.

Dopo l’arresto dei fratelli Li Bergolis, secondo le ricostruzioni investigative, la guida operativa del clan sarebbe passata nelle mani di Enzo Miucci, figura centrale nella successiva guerra contro il gruppo rivale. Proprio durante quel periodo il conflitto raggiunse livelli mai visti prima, culminando nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando vennero assassinati Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, agricoltori innocenti che si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Oggi il quadro appare profondamente cambiato. Molti dei protagonisti di quella stagione sono detenuti, altri sono stati uccisi. Ma soprattutto è mutato il panorama investigativo grazie al contributo dei collaboratori di giustizia.

Sul fronte dell’area Lombardi-Scirpoli-La Torre sono numerosi gli uomini che negli anni hanno deciso di collaborare con la magistratura, fornendo agli investigatori dettagli sui traffici, sugli omicidi e sugli equilibri mafiosi del Gargano.

Molto diversa la situazione tra i montanari. Qui i collaboratori sono stati decisamente meno numerosi. Tra questi emergono figure considerate marginali e soprattutto quella di Matteo Pettinicchio, ritenuto dagli investigatori il collaboratore più importante proveniente dal clan Li Bergolis-Miucci. Pettinicchio era considerato uno degli uomini più vicini a Enzo Miucci e ne sarebbe stato il braccio destro durante il periodo in cui Armando, Matteo e Franco Li Bergolis si trovavano detenuti.

Le sue dichiarazioni hanno consentito di ricostruire numerosi episodi di sangue e diversi passaggi fondamentali della guerra mafiosa che ha sconvolto il Gargano negli ultimi quindici anni, compresi aspetti legati agli assetti interni dell’organizzazione e alla stagione culminata nella strage di San Marco in Lamis.

Nel frattempo gli interessi criminali continuano a concentrarsi su traffico di droga, estorsioni e controllo di attività economiche. Proprio il narcotraffico rappresenta oggi uno dei principali osservati speciali da parte degli investigatori, che monitorano con attenzione i possibili nuovi equilibri criminali.

Secondo diverse fonti del territorio, Armando Li Bergolis sarebbe stato visto recentemente tra Monte Sant’Angelo e Manfredonia. Un elemento che ha alimentato discussioni e interrogativi, considerando che storicamente il clan dei montanari ha sviluppato interessi e radicamento anche nella città sipontina.

Al momento non emergono elementi investigativi che facciano ipotizzare nuove guerre imminenti. Tuttavia il ritorno in libertà di Armando Li Bergolis, l’imminente scarcerazione del fratello Matteo e il peso assunto dai collaboratori di giustizia rendono questa una delle fasi più delicate degli ultimi anni per la criminalità organizzata garganica.

E proprio una vecchia intercettazione contenuta negli atti dell’inchiesta sulla strage di San Marco in Lamis continua a riecheggiare nelle cronache giudiziarie. “Ora che esce Armando… ora che esce Francesco… il bordello… si devono uccidere…“, si ascolta in una conversazione captata dagli investigatori anni prima della scarcerazione del boss montanaro. Una frase che oggi, alla luce dei nuovi assetti e delle imminenti scarcerazioni, torna inevitabilmente ad assumere un significato particolare.

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