“Nessun avviso pubblico, nessuna commissione, nessuna nomina. Nulla”. È durissimo l’attacco lanciato dal consigliere comunale di Foggia Nunzio Angiola, segretario provinciale del movimento politico Cambia, contro l’amministrazione comunale sul tema del garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
Secondo Angiola, il Comune avrebbe completamente disatteso quanto previsto dal regolamento approvato dal Consiglio Comunale il 3 dicembre 2025 e pubblicato il 2 febbraio scorso.
“Tempi scaduti da oltre un mese”
Il regolamento stabiliva che entro 60 giorni dall’entrata in vigore, avvenuta il 17 febbraio 2026, Palazzo di Città avrebbe dovuto avviare la procedura per la nomina del primo garante dei detenuti.
“La scadenza era fissata al 18 aprile, ma al 22 maggio non è stato fatto assolutamente nulla”, denuncia Angiola.
Il consigliere sottolinea come il ritardo assuma un peso ancora più grave alla luce delle condizioni del carcere di Foggia, definito “una vera emergenza nazionale”.
“Carcere tra i più sovraffollati d’Italia”
Nel comunicato viene richiamato il Rapporto Antigone, secondo cui quello di Foggia sarebbe il secondo carcere più sovraffollato d’Italia, con un tasso di affollamento pari al 212%.
“Centinaia di persone detenute stipate in condizioni al limite della dignità umana, con enormi criticità sanitarie, psicologiche e sociali”, afferma Angiola.
Secondo il consigliere comunale, appare “grottesco” che il regolamento attribuisca proprio al garante il compito di monitorare sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie, rischio suicidario e tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, senza che però il Comune abbia mai proceduto alla nomina.
L’attacco all’assessore alla Legalità
Nel mirino di Angiola finisce anche l’assessore alla Legalità Giulio De Santis.
“Farebbe bene a spiegare alla città perché, davanti a una situazione tanto grave, il Comune sia rimasto fermo per mesi violando nei fatti i tempi previsti dal proprio stesso regolamento”, attacca il consigliere di Cambia.
Per Angiola non si tratterebbe di “un piccolo ritardo amministrativo”, ma dell’ennesimo caso di “annunci, passerelle e delibere simboliche prive di qualsiasi conseguenza concreta”.
“Sulla pelle delle persone detenute, delle loro famiglie e degli operatori penitenziari non si può continuare a fare marketing politico”, conclude.









