La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla famiglia di Camilla Di Pumpo, la giovane foggiana morta nella notte del 26 gennaio 2022 in un violento incidente stradale avvenuto all’incrocio tra via Matteotti e via Urbano, a Foggia.
Con la decisione depositata nelle scorse ore, i giudici supremi hanno confermato la sentenza della Corte d’Appello di Bari che aveva riconosciuto la responsabilità di Francesco Pio Cannone per omicidio colposo stradale e falso per induzione, condannato a quattro anni, rideterminando però la pena in virtù di un maggiore riconoscimento del concorso di colpa attribuito alla vittima.
Secondo quanto ricostruito nei processi di merito, Cannone, alla guida di un’Audi A4 con targa prova intestata al padre, percorreva via Matteotti a una velocità ritenuta molto superiore al limite consentito – stimata intorno ai 90 chilometri orari – quando avvenne l’impatto con la Fiat Panda guidata da Camilla Di Pumpo, che morì per le gravissime lesioni craniche riportate nello schianto.
Respinte le contestazioni della famiglia
I familiari della giovane – la madre Roberta Abbruzzese, il padre Michele Di Pumpo e il fratello Matteo Di Pumpo – avevano impugnato la sentenza ai soli effetti civili contestando soprattutto la ricostruzione tecnica dell’incidente e la percentuale di corresponsabilità attribuita a Camilla.
Nel ricorso, i legali della famiglia avevano criticato il metodo utilizzato dal consulente tecnico della Procura per ricostruire velocità e dinamica del sinistro, sostenendo che i giudici avessero recepito “acriticamente” le conclusioni peritali.
La Cassazione ha però ritenuto le doglianze “manifestamente infondate” o “inammissibili”, sottolineando come la Corte d’Appello avesse motivato in maniera coerente sia sull’eccesso di velocità dell’Audi sia sul comportamento della vittima all’incrocio, ritenendo che Camilla non avesse rispettato pienamente l’obbligo di precedenza e il dovere di prudenza imposto dalle condizioni di visibilità notturna.
I giudici supremi hanno inoltre evidenziato che il ricorso mirava sostanzialmente a ottenere una diversa ricostruzione dei fatti, operazione non consentita in sede di legittimità.
Le parole della madre: “Ho scoperto la parola distopia”
Dopo il deposito delle motivazioni, affidato ai social il durissimo sfogo della madre della giovane, Roberta Abbruzzese, che ha parlato di un mondo “freddo” e dominato da interessi e giochi di potere.
“Amore mio, ieri ho letto le motivazioni della Cassazione e ho anche scoperto una parola che non conoscevo: “distopia”. È la proiezione verso un mondo disumano”, scrive la donna.
“Un mondo freddo, dove ciò che dovrebbe essere umanità, sentimenti, verità e giustizia diventa irriconoscibile, lasciando spazio al denaro e ai giochi di potere”.
La madre di Camilla racconta di aver avuto “la sensazione precisa” che quel mondo “esista già” e che sia “qui tra noi”.
“Tu eri luce, amore mio. E nella luce credevi. L’unica mia consolazione è sapere che non sei stata trascinata dentro quel buio”, prosegue il messaggio.
“Perché quando si resta troppo a lungo in certe dinamiche, si rischia di perdere di vista il bene, il buono e il sano. E anche se fa tanto male dirlo… forse preferisco pensarti in Paradiso. Al sicuro da tanto squallore”.
La decisione definitiva
La Cassazione ha infine condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3mila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
La vicenda giudiziaria legata alla morte di Camilla Di Pumpo continua comunque a rappresentare uno dei casi che più hanno colpito la comunità foggiana negli ultimi anni.









