Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti ai gip Matteo Lombardi, 56 anni detto “A’ carpnese” e Luigi Ferro, 57 anni detto “Gino di Brancia”, arrestati dalla squadra mobile di Foggia il 13 maggio scorso con l’accusa di aver partecipato al duplice omicidio mafioso di Nicola Ferrelli e dello zio Antonio Petrella, assassinati ad Apricena il 20 giugno 2017.
Lombardi, origine montanara ma trapiantato a Manfredonia, è stato interrogato nel carcere di Opera dal gip di Milano su rogatoria del gip di Bari che ha firmato le ordinanze cautelari. Anche Ferro, 57 anni, di San Marco in Lamis, ha scelto il silenzio durante l’interrogatorio di garanzia.
Lombardi già all’ergastolo e la posizione degli altri indagati
Matteo Lombardi è detenuto dal 17 aprile 2019 e sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe “l’Apicanese” Silvestri, ucciso a Monte Sant’Angelo il 21 marzo 2017 nella guerra con la fazione rivale dei Li Bergolis-Miucci. Il 30 aprile scorso è stato inoltre condannato in primo grado a 24 anni nel processo “Omnia Nostra” per mafia, autoriciclaggio e tentato omicidio, ritenuto uno dei vertici dell’attuale clan Lombardi-Scirpoli-La Torre.
L’indagine sul duplice delitto di Apricena, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, si avvia ora verso la conclusione. Sono quattro le persone accusate dell’agguato. Oltre a Lombardi e Ferro, risultano indagati (arrestati lo scorso anno per questa vicenda) anche Pietro La Torre, 44 anni, di Manfredonia, detto “U’ Muntaner”, “Pi-pi” o “U’ figlie du poliziot” considerato tra i vertici del clan e condannato in primo grado a 30 anni nel processo “Omnia Nostra”, e il mattinatese Francesco Scirpoli, 44 anni, detto “Il lungo” o “Bacchettone” ritenuto referente dell’organizzazione mafiosa su Mattinata e condannato in primo grado a 12 anni e 6 mesi.
Per La Torre e Scirpoli l’ordinanza cautelare fu notificata in carcere il 25 settembre 2025, poiché già detenuti per altre vicende giudiziarie.
Le accuse della Dda e le dichiarazioni dei pentiti
L’inchiesta della Dda si fonda sulle dichiarazioni di nove collaboratori di giustizia. Tra questi figurano i viestani Marco “Pallone” Raduano, Gianluigi “il piccolino” Troiano, Danilo “u’ meticcio” Della Malva e il padre Giuseppe Della Malva, i fratelli mattinatesi Antonio Quitadamo e Andrea Quitadamo detti “Baffino”, il montanaro Matteo Pettinicchio, oltre ai foggiani Carlo Verderosa e Giuseppe “Capellone” Francavilla.
Alle rivelazioni dei pentiti si aggiungono consulenze antropometriche secondo cui le caratteristiche fisiche dei tre killer ripresi dalle telecamere di videosorveglianza sarebbero compatibili con quelle di Scirpoli, La Torre e Lombardi.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il commando avrebbe agito per conto del clan Moretti della Società foggiana e del gruppo mafioso garganico oggi denominato Lombardi-Scirpoli-La Torre, nell’ambito della guerra tra la batteria apricenese Cursio-Padula e il gruppo rivale Di Summa-Ferrelli per il controllo del traffico di droga tra Alto Tavoliere, Apricena e San Marco in Lamis.
L’agguato e il “favore” ai clan foggiani
Per la Dda, alla guida della Bmw utilizzata per l’agguato ci sarebbe stato Luigi Ferro, mentre Scirpoli, La Torre e Lombardi avrebbero aperto il fuoco armati rispettivamente di kalashnikov, fucile a pompa e pistola contro il Fiat Doblò sul quale viaggiavano Ferrelli e Petrella. Lombardi avrebbe esploso il colpo di grazia.
Ferrelli sarebbe stato il bersaglio principale del commando. Dopo la prima raffica, il furgone finì fuori strada abbattendo un palo dell’illuminazione. I killer, secondo gli investigatori, sarebbero poi scesi dall’auto continuando a sparare contro le vittime ormai agonizzanti. Nel capo d’imputazione si parla di volti “sfracellati” e crani “devastati” dai colpi d’arma da fuoco.
La procura antimafia contesta ai quattro indagati di aver agito “con modalità operative di tipo mafioso” per favorire gli interessi del clan garganico e della batteria Moretti-Pellegrino della Società foggiana.
Secondo l’accusa, il duplice omicidio sarebbe stato funzionale anche alla scalata criminale nella zona dei Di Summa-Ferrelli di Angelo Bonsanto, ritenuto vicino al boss foggiano Rocco Moretti, di cui sarebbe stato considerato il “figlioccio”.
L’obiettivo, secondo la Dda, era conquistare il controllo egemonico del territorio e della gestione del traffico di stupefacenti, rafforzando il potere delle organizzazioni mafiose coinvolte nella guerra di mafia del Gargano. Un affronto anche al rivale foggiano, Roberto Sinesi, storico alleato del clan Di Summa-Ferrelli.









