Le intercettazioni raccolte dalla squadra mobile di Foggia e finite nell’ordinanza di quasi 500 pagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari delineano, secondo l’accusa, un sistema estorsivo radicato e scandito da intimidazioni, richieste di denaro e continui riferimenti al peso criminale della cosiddetta “Società foggiana”. Al centro dell’inchiesta ci sono soprattutto Francesco Abbruzzese, noto come “Stuppin’”, Alessandro Moretti, soprannominato “Sassolin’”, ucciso a gennaio scorso, nipote del boss Rocco, e Fabrizio Bevilacqua, destinatari di diversi capi d’imputazione per estorsioni e tentate estorsioni ai danni di imprenditori foggiani.
Secondo il gip Paola Angela De Santis, le indagini sarebbero nate dalle denunce di un imprenditore e si sarebbero sviluppate attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali che avrebbero consentito di ricostruire le presunte pressioni esercitate nei confronti di numerosi imprenditori del territorio.
Le minacce
Uno degli episodi centrali dell’ordinanza riguarda la tentata estorsione ai danni dell’imprenditore del settore alberghiero. Per gli inquirenti, Moretti, Abbruzzese e Bevilacqua avrebbero tentato di costringerlo a versare 30mila euro, somma che sarebbe stata collegata a presunti lavori.
Nelle intercettazioni riportate dal gip, attribuite ad Abbruzzese, emergono frasi ritenute altamente intimidatorie. In uno dei colloqui, l’uomo dice: “Io mo sono uscito 10 giorni fa, ho fatto sei anni e mezzo… sono stato una vita in galera”. In un altro passaggio aggiunge: “Che prendo la gente e gli squaccio il melone, veloce… ecco perchè non mi conosci”.
Secondo la ricostruzione accusatoria, le minacce sarebbero state pronunciate direttamente da Abbruzzese durante incontri con l’imprenditore. Gli investigatori ritengono che il messaggio intimidatorio fosse rafforzato dal riferimento alla capacità del gruppo di recuperare denaro con metodi violenti e dal richiamo continuo alla reputazione criminale degli indagati.
Le pressioni sugli imprenditori della paglia
Tra gli episodi contestati compare anche la tentata estorsione ai danni di imprenditori attivi nel settore della raccolta e vendita della paglia. Secondo la Dda, Moretti e Abbruzzese avrebbero tentato di imporre il pagamento di una tangente periodica.
Nelle intercettazioni riportate nell’ordinanza, Abbruzzese avrebbe detto: “Voi dovete parlare con Alessandro e con Stoppino”. Moretti invece avrebbe aggiunto: “A Natale veniamo e ci prendiamo tutti i soldi”.
Per il gip, quelle frasi rappresenterebbero un chiaro tentativo di imporre il controllo sulle attività imprenditoriali del territorio attraverso il peso intimidatorio riconducibile alla mafia foggiana.
Il ruolo di Fabrizio Bevilacqua
Nell’ordinanza emerge più volte anche il nome di Fabrizio Bevilacqua, indicato dagli investigatori come partecipe ad alcune delle vicende estorsive contestate. In particolare, oltre all’episodio relativo all’albergo, Bevilacqua è accusato insieme a Moretti di aver costretto un imprenditore agricolo a versare 7mila euro dopo il furto della sua Peugeot 3008.
Secondo gli atti, la vittima avrebbe ricevuto inizialmente una richiesta di 100mila euro per “sistemare la vicenda”, salvo poi consegnare una somma inferiore. Gli inquirenti ritengono che dietro la trattativa ci fosse il classico schema del “cavallo di ritorno”.
Bevilacqua compare anche nella contestazione relativa alla tentata estorsione ad una cioccolateria. Secondo l’accusa avrebbe chiesto uova di Pasqua senza pagarle, specificando che erano destinate a “Stuppin’”, soprannome con cui è conosciuto Abbruzzese.
Le intercettazioni considerate “prova diretta”
Nell’ordinanza il gip dedica ampio spazio al valore probatorio delle intercettazioni. Il giudice richiama diverse sentenze della Cassazione, sostenendo che le conversazioni captate “hanno integrale valenza probatoria” e possono essere considerate prova diretta quando risultano chiare, coerenti e prive di ambiguità.
Secondo il tribunale, le dichiarazioni intercettate sarebbero inoltre corroborate da denunce, riconoscimenti fotografici, servizi di osservazione e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
L’inchiesta della Dda barese, culminata nell’ordinanza cautelare da 481 pagine, ricostruisce un presunto sistema di estorsioni seriali che avrebbe coinvolto imprenditori edili, commercianti e operatori economici foggiani, con continue richieste di denaro destinate, secondo gli investigatori, anche al mantenimento dei detenuti legati ai clan cittadini. Molte vittime hanno denunciato solo dopo il pressing costante degli inquirenti e perché messi alle strette davanti a intercettazioni inequivocabili. Alcuni hanno persino avvisato i loro aguzzini di essere stati in caserma o questura.












