A leggere le intercettazioni e i verbali contenuti nell’ordinanza che ha portato, due giorni fa, a 18 arresti nell’ambito del maxi blitz contro mafia ed estorsioni a Foggia — 17 persone finite in carcere e una ai domiciliari — emerge uno spaccato inquietante del rapporto tra imprenditoria e criminalità organizzata.
Nelle quasi 500 pagine del provvedimento firmato dal gip, gli investigatori ricostruiscono un sistema estorsivo stabile e condiviso tra le varie batterie della Società foggiana, ma anche il clima di paura e ambiguità che avrebbe caratterizzato molte delle vittime finite sotto pressione.
Tra gli arrestati in carcere figurano Francesco Abbruzzese detto “Stuppin”, Antonio Bellofatto, Fabrizio Bevilacqua, Luciano Calabrese detto “Cupptill”, Luigi Croce, Antonio Riccardo Augusto Frascolla detto “Antonello”, Gioacchino Frascolla, Alessandro Moffa, Pasquale Moffa, Alessandro Moretti (ucciso lo scorso gennaio) detto “Sassolin”, Raffaele Perdonò detto “Lele”, Samuel Perdonò, Claudio Pesante detto “U’ sgarr”, Sergio Ragno, Ciro Spinelli detto “il marsigliese”, Ciro Stanchi detto “Big Jim” e Luigi Tonti. Domiciliari per Francesco Cocco.
“Metà a noi e metà a loro”: gli accordi tra batterie
Uno dei passaggi più pesanti dell’ordinanza riguarda una conversazione intercettata tra Alessandro Moretti e Francesco Abbruzzese.
I due parlano apertamente della spartizione del denaro proveniente dalle estorsioni. “Dobbiamo fare 1500 ciascuno”, dice Moretti, spiegando che i soldi andavano divisi tra le varie articolazioni mafiose.
Nella conversazione compare anche il riferimento a Fabio Trisciuglio, figlio dello storico boss deceduto Federico Trisciuglio, e ad altri esponenti criminali foggiani. Gli investigatori evidenziano come il dialogo confermi “senza ombra di dubbio” la collaborazione tra le batterie mafiose cittadine nella gestione degli affari illeciti e delle estorsioni.
I due parlano poi dell’imprenditore edile Luigi Boscaino: “Boscaino quanto dà?”, chiede Abbruzzese. “4000”, risponde Moretti, chiarendo che il denaro era già stato consegnato. E aggiunge: “Quelli sono sempre metà a noi e metà a loro”.
Il ruolo di Bellofatto e le tangenti agli imprenditori
Le indagini descrivono il quasi 80enne Antonio Bellofatto come una sorta di “collettore” delle tangenti mafiose. Secondo la procura, grazie ai rapporti costruiti negli anni come fabbro presso numerose aziende, Bellofatto avrebbe riscosso denaro da imprenditori foggiani per poi dividerlo tra le batterie della Società foggiana.
Sentito dagli investigatori, l’imprenditore edile Luigi Boscaino ha ammesso di aver consegnato soldi tramite un suo collaboratore.
“Consegnavo questo denaro a Bellofatto perché lui mi disse che era opportuno fare qualche regalo a personaggi della malavita foggiana per stare tranquilli”, ha dichiarato.
Secondo il verbale, le somme sarebbero state versate da circa dieci anni: inizialmente 2mila o 3mila euro nei periodi di Pasqua, Natale o estate; negli ultimi tempi, invece, circa 4mila euro a volta.
L’imprenditore ha spiegato di essere pienamente consapevole della destinazione di quei soldi: “Bellofatto vuole il denaro per fare stare tranquillo me e le mie imprese nei confronti della malavita foggiana”.
L’estorsione all’imprenditore Russo
Un altro filone dell’inchiesta riguarda l’imprenditore Armando Russo. Secondo l’accusa, Bellofatto avrebbe riscosso da Russo una tangente periodica tra i mille e i duemila euro ogni tre-quattro mesi, poi spartita tra la batteria Moretti-Pellegrino e quella Sinesi-Francavilla.
Russo, interrogato dagli investigatori, ha spiegato che Bellofatto pretendeva “un canone mensile per la guardiania del cantiere”, pur non svolgendo alcun servizio reale di vigilanza.
“Ho l’istituto di vigilanza che svolge la guardiania ma Bellofatto non ha mai mandato nessuno fisicamente a fare la guardiania presso il mio cantiere”, ha dichiarato.
Le somme, ha ammesso, venivano consegnate da circa venti mesi.
Le intercettazioni con i fratelli Sannella
Tra i passaggi più delicati dell’ordinanza ci sono poi le conversazioni registrate nella sala d’attesa della squadra mobile tra Armando Russo e i fratelli Franco e Fedele Sannella, noti imprenditori foggiani ed ex patron del Foggia Calcio, oggi alla guida del pastificio Tamma.
I tre erano stati convocati dagli investigatori per essere ascoltati.
Russo racconta ai Sannella di aver deciso di dire “la verità” alla polizia perché gli investigatori “avevano tutto registrato”.
“Che devo fare… sennò mi abbusco un’interdittiva”, dice.
Nel dialogo emerge anche il timore delle conseguenze per chi denuncia. “La paura nostra qual è? Che uno fa la denuncia e viene schiaffato in mezzo ad una strada”, afferma Russo.
I tre parlano poi di estorsioni, intrusioni notturne nelle aziende, telecamere di videosorveglianza e della pressione criminale sul territorio.
Russo spiega anche di aver compreso che Bellofatto “si fa utilizzare”, facendo riferimento al suo ruolo di tramite nella raccolta del denaro.
L’ordinanza restituisce così la fotografia di un sistema criminale radicato, capace non solo di imporre il pizzo, ma anche di condizionare il comportamento delle vittime attraverso paura, assuefazione e omertà.










