“Facevo parte del clan Li Bergolis. Ero vicino a Miucci Enzo, ero il suo braccio destro”. È una deposizione fiume, pesantissima, quella resa da Matteo Pettinicchio, primo collaboratore di giustizia nella storia del clan dei montanari, nel processo “Mari e Monti” in corso davanti al Tribunale di Foggia.
Un verbale lungo, dettagliato, ricco di nomi, ruoli, equilibri criminali, alleanze e riferimenti alle guerre mafiose del Gargano. Pettinicchio, collegato da località protetta, ha ripercorso anni di attività criminali del clan Li Bergolis-Miucci, organizzazione mafiosa radicata soprattutto tra Monte Sant’Angelo, Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo.
Nel processo foggiano sono imputate otto persone, tra cui il principale imputato Leonardo “Dino” Miucci, fratello maggiore del boss Enzo Miucci, ritenuto uno dei capi storici del clan dei montanari. Parallelamente, altri 42 imputati, compreso lo stesso Enzo Miucci, sono giudicati con rito abbreviato a Bari. La sentenza è attesa in estate.
“Ho iniziato a collaborare per mia madre”
Pettinicchio ha raccontato anche le ragioni personali che lo hanno spinto a collaborare con la giustizia. “Ho iniziato a collaborare il 30 gennaio del 2025. È stato un desiderio chiesto da mia madre in punto di morte”, ha spiegato davanti alla Corte.
“Voleva che cambiavo vita, per dare un futuro migliore ai miei cari. È stata una cosa ponderata, maturata piano piano. Non è stato facile e non è facile tutt’oggi”.
Parole che aprono uno squarcio umano all’interno di una deposizione dominata da omicidi, traffici di droga, estorsioni e arsenali.
“Il clan comandava in tutta la provincia”
Secondo il collaboratore, il gruppo operava praticamente in tutta la provincia di Foggia. “Monte Sant’Angelo, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Vieste… quasi tutta la provincia”.
Pettinicchio ha descritto il clan come una struttura criminale capace di gestire “tutti i reati, dall’estorsione alla droga, agli omicidi”.
Ha poi raccontato dei collegamenti con altre organizzazioni mafiose italiane. “Avevamo contatti nella BAT, a Bari, a Napoli con la camorra napoletana, con i calabresi, in Sicilia, a Roma”.
Particolarmente rilevanti i riferimenti ai rapporti con le cosche di ‘ndrangheta. “Sia con il gruppo dei Pesce-Bellocco di Rosarno, sia con i Marincola-Farao di Cirò”.
La mappa del clan: Monte Sant’Angelo, Manfredonia e Vieste
Davanti alle domande della pm della DDA di Bari Luciana Silvestris, Pettinicchio ha ricostruito gli assetti interni del gruppo.
Su Monte Sant’Angelo, ha detto, i referenti erano “Miucci Renzo, io, Lorenzo Scarabino, Giulio Guerra e Libero Lombani”.
A Manfredonia ha invece indicato i fratelli Pesante, Tommaso Tomaiolo, Giovanni Caterino e Angelo Grilli tra le figure vicine all’organizzazione.
Poi il capitolo Vieste, con i riferimenti a Marco Raduano e ad altri soggetti gravitanti attorno agli assetti criminali garganici. Pettinicchio ha citato anche Davide Carpano, Gianmarco Pecorelli, i cugini Iannoli e Libero Colangelo.
“Mi sfuggerà sicuramente qualcuno”, ha precisato più volte, spiegando la vastità del contesto criminale.
“Avevamo kalashnikov, pistole e depositi di armi ovunque”
Tra i passaggi più inquietanti della deposizione c’è quello relativo agli arsenali del clan.
“Sulle armi avevamo a disposizione tutti i tipi: kalashnikov, fucili, pistole”.
Il collaboratore ha raccontato dell’esistenza di diversi depositi sparsi tra Monte Sant’Angelo, la frazione Montagna, Vieste e Manfredonia. “Le custodiva Roberto Prencipe alla Montagna, altre le tenevamo in campagna. Anche io avevo armi nella mia campagna”.
Il ruolo di Leonardo “Dino” Miucci
Uno dei punti centrali dell’udienza è stato il ruolo di Leonardo Miucci, detto Dino, principale imputato nel processo di Foggia.
La pm Silvestris ha insistito a lungo su questo aspetto, cercando di chiarire il livello di conoscenza e partecipazione di Dino Miucci rispetto alle attività del clan.
Pettinicchio ha descritto Leonardo come “un imprenditore”, sostenendo che “estorsioni e queste cose non ne ha mai fatte”. Tuttavia ha aggiunto che era “a conoscenza di tutto quello che faceva il gruppo”.
Secondo il collaboratore, Dino Miucci si confrontava continuamente con il fratello Enzo, soprattutto durante la guerra con l’ex clan Romito, oggi gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre.
“Temeva per la sua vita”, ha spiegato Pettinicchio, raccontando anche un episodio del 2009 relativo a una minaccia attribuita a Mario Romito, noto boss manfredoniano ucciso nella strage di San Marco del 2017.
“Mario Romito, dopo l’omicidio del fratello Franco, avrebbe detto a Dino con le lacrime agli occhi: ‘Devo ammazzare prima tuo fratello e poi te’”.
Da quel momento, secondo il collaboratore, Leonardo Miucci avrebbe mantenuto costanti contatti con il fratello per comprendere i movimenti del clan rivale e proteggersi.
“Era a conoscenza delle azioni di fuoco, delle nostre cose, tramite il fratello”, ha ribadito Pettinicchio.
Gli incontri a casa di Enzo Miucci
Nel corso dell’udienza il collaboratore ha parlato anche delle riunioni che si svolgevano nell’abitazione di Enzo Miucci.
“A casa di Miucci incontravo Giovanni Caterino e i fratelli Pesante”, ha riferito.
Alla domanda se anche Leonardo Miucci fosse presente a quegli incontri, Pettinicchio ha risposto: “Insieme a tutti non l’ho mai visto”.
“Prencipe Roberto si occupava di droga e omicidi”
Altro nome centrale nella deposizione è quello di Roberto Prencipe alias “Piter” o “Roberto della Montagna”, definito da Pettinicchio come uno degli uomini più vicini a Enzo Miucci.
“Era uno di quelli che stava nascosto, non si sputtanava”, ha detto il collaboratore utilizzando un termine poi definito da lui stesso “volgare”.
Secondo il pentito, Prencipe “si occupava prevalentemente di droga e omicidi” e custodiva parte delle armi del clan nella frazione Montagna.
La guerra con Mario Romito
La deposizione è tornata più volte sul conflitto tra il clan dei montanari e il gruppo di Mario Romito, una delle guerre mafiose più sanguinose della storia recente del Gargano.
Pettinicchio ha spiegato che la paura di essere uccisi influenzava continuamente le dinamiche interne del clan. “Dino temeva per la sua vita”, ha detto, spiegando che ogni omicidio o movimento sospetto generava tensioni immediate.
In uno degli episodi raccontati in aula, Pettinicchio ha riferito di essersi recato personalmente al mare da Leonardo Miucci dopo un delitto per chiedergli dove si trovasse il fratello Enzo.
“Mi disse: ‘Però non andare ancora hai il GPS sotto la macchina’”.
La deposizione continua
Quella di Pettinicchio è una deposizione destinata a pesare sull’intero processo “Mari e Monti”. Il collaboratore, considerato il primo vero pentito interno al clan Li Bergolis-Miucci, sta ricostruendo davanti ai giudici anni di equilibri mafiosi, rapporti criminali e dinamiche interne del gruppo garganico.
Un racconto che continua udienza dopo udienza e che potrebbe incidere in maniera significativa sia sul procedimento in corso a Foggia sia su quello celebrato a Bari con rito abbreviato.










