Una riflessione intensa, carica di dolore ma anche di un forte richiamo al cambiamento. Nell’omelia pronunciata durante i funerali di Stefania Rago, la 46enne uccisa lo scorso 23 aprile dal marito Antonio Fortebraccio, guardia giurata che le ha sparato, l’arcivescovo metropolita di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti ha scelto parole profonde per parlare di amore, violenza e responsabilità.
Un discorso che ha intrecciato il Vangelo con la tragedia contemporanea, trasformando il rito funebre in un momento di riflessione collettiva.
Il richiamo contro il possesso: “Non è amore”
Nel cuore dell’omelia, il vescovo ha puntato l’attenzione su una distorsione ancora diffusa nelle relazioni: quella tra amore e possesso. “Confondiamo il donarci con la soddisfazione e il possesso con l’amore”, ha sottolineato, evidenziando come la gelosia venga spesso scambiata per sentimento autentico.
“Diciamo alla persona amata ‘sei mia’, e sottintendiamo che non vogliamo che sia di nessun altro”, ha spiegato, denunciando una mentalità che porta a considerare le persone come proprietà. Un atteggiamento che, ha aggiunto, “tortura e ci tortura: ci roviniamo la vita”.
Parole che, nel contesto della morte di Stefania, assumono un peso ancora più drammatico.
Il modello di Gesù e la dignità delle donne
L’arcivescovo ha richiamato il rapporto di Gesù con le donne, definendolo “eccezionale per il suo tempo”. Un modello fondato sulla dignità, sull’ascolto e sul rispetto, in netto contrasto con la “rozza cultura del maschilismo” e con “l’abominio della sottomissione della donna”.
Nel Vangelo, ha ricordato, Gesù si avvicina alle donne senza giudicarle, le accoglie, le ascolta, le rende protagoniste. Un messaggio che, secondo Ferretti, resta ancora oggi in gran parte inascoltato.
“È incredibile che, dopo duemila anni, ancora gli uomini non hanno voluto accettare quello che per il Signore è normale nelle relazioni con tutti: l’amore”.
Il dolore e la speranza: “Gesù chiama Stefania per nome”
Nella parte finale dell’omelia, il pensiero si è fatto più intimo e spirituale. Richiamando la figura di Maria Maddalena, prima testimone della resurrezione, l’arcivescovo ha evocato l’immagine di Cristo che chiama per nome.
“Allo stesso modo oggi Gesù chiama per nome Stefania”, ha detto, offrendo una visione di consolazione: “Le sofferenze di ieri sono passate, ora c’è solo il volto di Gesù da contemplare”.
Un passaggio che ha segnato il momento più toccante della celebrazione, con l’invito a guardare oltre il dolore terreno.
L’appello ai figli: “Perdonate e amate”
Diretto e commosso il messaggio rivolto ai figli della vittima, Jessica e Michael. “Perdonate se potete e amate”, ha detto l’arcivescovo, sottolineando come il perdono abbia una forza capace di trasformare i sentimenti e lenire il dolore.
“Il perdono disarma e cambia in bene i sentimenti malvagi”, ha aggiunto, invitando a non cedere all’odio ma a costruire un percorso diverso, nel segno del bene.
Un invito difficile, ma pronunciato con la consapevolezza della tragedia vissuta.
Un monito alla comunità
L’omelia di Ferretti non è stata solo un saluto a Stefania, ma anche un messaggio rivolto a tutta la comunità. Un richiamo forte a superare modelli culturali che ancora alimentano violenza e sopraffazione.
“Solo nel dare c’è felicità, solo nel volere il bene degli altri si è uomini e donne veri”, ha concluso, indicando una strada che passa dal rispetto, dalla libertà e da un’idea di amore autentico.
Un messaggio che, nel giorno dell’addio a Stefania Rago, resta come un monito e una richiesta di responsabilità collettiva.










