Cresce il numero dei patteggiamenti nei procedimenti per omicidio stradale e con esso l’indignazione dei familiari delle vittime. A lanciare l’allarme è l’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada (AIFVS), che denuncia un incremento del 10,1% nell’utilizzo di questo strumento giudiziario, ritenuto sempre più frequente nei tribunali italiani.
Secondo l’associazione, si tratta di una pratica che rischia di trasformarsi in uno “sconto di pena” incompatibile con la gravità del reato.
“Pene ridotte e giustizia negata”
Il patteggiamento, disciplinato dall’articolo 444 del codice di procedura penale, consente all’imputato di ottenere una riduzione della pena fino a un terzo, spesso evitando il processo.
Una possibilità che, secondo l’AIFVS, non riflette adeguatamente la portata dell’omicidio stradale, regolato dall’articolo 589-bis del codice penale, introdotto nel 2016. Le pene previste vanno da due a sette anni nella forma base e possono superare i dieci anni nei casi aggravati, come guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze.
“Con l’accettazione del patteggiamento vengono favoriti gli interessi degli assassini della strada”, afferma Antonio Gravino, responsabile provinciale AIFVS di Foggia. “Si evita un processo vero e si impedisce alla famiglia della vittima di esprimere il proprio dolore in aula”.
Il nodo del risarcimento e della non menzione
Tra gli aspetti più critici segnalati dall’associazione c’è anche la questione del risarcimento. In caso di patteggiamento, la parte offesa non può ottenere un risarcimento in sede penale ed è costretta a intraprendere una causa civile, con tempi spesso molto lunghi.
Non solo. Se la pena inflitta è inferiore ai due anni, può essere concessa la non menzione nel casellario giudiziale, rendendo di fatto “invisibile” la condanna.
È quanto accaduto in un caso seguito dall’associazione, dove per la morte di un giovane di 32 anni l’imputato ha ottenuto una condanna a cinque mesi e dieci giorni, con sospensione condizionale e revoca della patente.
“Così le vittime risultano colpevoli”
L’AIFVS contesta anche l’ipotesi di concorso di colpa attribuito alle vittime, soprattutto quando non possono difendersi. Una situazione che, secondo l’associazione, rischia di essere incostituzionale.
“Dobbiamo dare la possibilità anche a chi è morto di difendersi. Oggi accade che una vittima risulti colpevole della propria morte, ed è inaccettabile”, aggiunge Gravino.
Processi lampo e senza pubblico
Un altro elemento criticato è la rapidità del procedimento: il patteggiamento può essere definito anche in meno di 24 ore, si svolge in camera di consiglio e non è appellabile.
Secondo l’associazione, ciò contribuisce a ridurre la percezione della gravità del reato, trasmettendo un messaggio sbagliato.
“Il rischio è che si passi l’idea che in Italia si possa uccidere una persona senza una pena adeguata”, sottolinea Gravino, parlando di un vero e proprio “ergastolo del dolore” per le famiglie.
La battaglia dell’associazione
L’AIFVS, riconosciuta per la tutela degli interessi collettivi, continua la sua battaglia per una revisione dell’istituto del patteggiamento nei casi di omicidio stradale.
L’associazione sta seguendo anche il caso di Biagio Manzaro, morto nel novembre 2024, e ha avviato interlocuzioni con il Ministero della Giustizia per affrontare le criticità emerse.
“Ci è stato detto che i lavori sono in corso – conclude Gravino – ma serve un intervento concreto. Una pena ridotta e mai espiata può davvero essere rieducativa?”.
Una domanda che resta aperta, mentre le famiglie chiedono giustizia e risposte.









