A una settimana esatta dall’arresto del 19enne accusato di aver tappezzato Foggia con manifesti deepfake che la ritraevano in immagini pornografiche, Arianna Petti torna davanti alla telecamera. Non per raccontare ancora una volta ciò che ha subito, ma per fare nome e cognome: “Si chiama Antonio Pio Giannino“. Poi aggiunge: “Lo faccio per me, ma soprattutto per voi, perché voglio che sappiate chi è”.
Per mesi la giovane era stata bersaglio di una campagna diffamatoria: fotografie manipolate con il suo volto sovrapposto a contenuti hard, accompagnate da nome, numero di telefono e indirizzo di casa. Un’esposizione brutale, culminata in manifesti affissi persino sui muri del liceo che frequentava.
La prova nel computer del padre
La svolta investigativa è arrivata dall’analisi dei dispositivi sequestrati. Nel computer del padre del ragazzo, medico estetico, è stato trovato il file originale del primo manifesto, quello con la foto di Arianna ancora vestita e la scritta offensiva “Arianna Petti, sguardo da pantera, cervello da tappeto”.
Non era l’unico elemento. I consulenti tecnici hanno estratto complessivamente 197 fotografie della giovane dai dispositivi sequestrati: 92 su un telefono, 55 su un altro. In tutto, otto telefoni, due computer, due stampanti, oltre a pendrive e software esterni.
Tra i contenuti recuperati anche conversazioni con ChatGpt. Secondo quanto emerso, il 19enne, studente di medicina, avrebbe tentato di aggirare i blocchi dell’intelligenza artificiale, che più volte aveva rifiutato richieste configurabili come reati, presentandole come esigenze letterarie o scenari di fantasia. Domande su come diffamare una persona, vendicarsi, renderla ridicola, difendersi in un eventuale processo, eludere le indagini.
“La stessa tecnologia utilizzata per ferire”, commenta Arianna, “è diventata lo strumento per ricostruire la verità”.
Le indagini e il rischio di un buco investigativo
Il percorso che ha portato all’arresto non è stato lineare. In una fase iniziale le indagini hanno subito un rallentamento: il pubblico ministero titolare era in ferie e, al suo rientro, le immagini delle telecamere di sorveglianza individuate dalla giovane e dal suo avvocato Fabio Verile erano già state sovrascritte automaticamente.
Una battuta d’arresto pesante. L’11 settembre 2025 Arianna ha deciso di esporsi pubblicamente con un primo video appello. Cinque milioni di visualizzazioni, eco nazionale e internazionale, una manifestazione in piazza a Foggia il 23 settembre con lo slogan “Arianna non è sola”.
Le indagini difensive hanno poi spinto verso nuovi accertamenti. Il primo sequestro aveva portato al recupero di un solo telefono privo di scheda. L’avvocato Verile ha quindi chiesto un’estensione delle perquisizioni all’intero nucleo familiare e allo studio medico del padre. Il secondo sequestro ha cambiato il quadro investigativo.
Quando il ragazzo, tramite i suoi legali, ha rifiutato di presentarsi allo studio dell’avvocato, Arianna racconta: “Quel silenzio è stato per noi la conferma definitiva”.
Il vuoto normativo e il messaggio finale
Il caso si è inserito in un contesto normativo ancora incerto. La legge italiana contro il deepfake porn è entrata in vigore circa un mese dopo la fine della diffusione dei manifesti, costringendo magistratura e difesa a muoversi in un territorio giuridico inesplorato. Una delle prime vicende di questo tipo nel Paese.
Il messaggio della giovane resta lo stesso: “Parlate, denunciate, non restate mai in silenzio. Il silenzio protegge chi fa del male, non chi lo subisce. Riprendiamoci la nostra dignità”.








