È stato un ricco momento di studio il seminario dal titolo “Il controllo mafioso del territorio e il coinvolgimento dei giovani”. L’incontro, organizzato a Foggia da “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, grazie al sostegno della “Fondazione antimafia sociale – Stefano Fumarulo”, è una tappa della “Scuola popolare antimafia”: un progetto itinerante che mira a sensibilizzare e formare le comunità locali sui temi della legalità e della giustizia sociale,
Al dibattito, moderato dal responsabile del presidio di Libera di Foggia Giuliano Sereno, hanno partecipato Federico Esposito, ricercatore in Sociologia dell’Università Federico II di Napoli, che ha descritto le modalità di controllo mafioso del territorio, con particolare riguardo alla camorra dell’Agro nocerino-sarnese, ed Enrico Giacomo Infante, procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, che si è soffermato sulle caratteristiche della mafia foggiana.
Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, dove collabora con il Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzata (LARCO), Esposito in precedenza ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” ed è legato anche al Laboratorio Interdisciplinare di Ricerca su Mafie e Corruzione (LIRMAC) nella stessa università. La sua attività scientifica si concentra sui fenomeni di criminalità organizzata di tipo mafioso, relazioni mafie-società, discorso pubblico e politiche di contrasto.
Come ha spiegato nel corso dell’incontro le mafie sono una forma di potere strutturato che si esercita su uno spazio sociale prima che geografico.
La mafia compie azioni di tipo politico, come una ricerca del potere e si misura nella “capacità di occupare spazi territoriali e spazi di azione”.
Nella sua lezione ha citato Max Weber, la mafia opera con coercizione, manifesta presenza di regole e norme, ha un apparato burocratico e una dimensione territoriale fortemente definita.
“Non è solo un controllo e un dominio violento, ma agisce una egemonia pubblicamente riconoscibile. Siamo abituati a pensare le mafie come qualcosa di ontologicamente segreto, ma accanto al nascondimento ci deve essere la riconoscibilità territoriale”.
Il primo fattore di produzione è dato dalle estorsioni e dalla promessa di protezione. “Non è solo accumulazione di ricchezza ma è il segno della loro signoria territoriale. Riescono a porsi come regolatori degli scambi sociali. L’elemento della violenza occupa una posizione cruciale, ma non è solo strumento per imporre la loro forza, ma è qualcosa di strutturale”.
È la capacità di creare relazioni sociali che fa grandi e potenti le mafie.
Esposito ha fatto riferimento al concetto di capitale sociale mafioso teorizzato dal professor Sciarrone. Rocco Sciarrone è uno dei principali sociologi italiani nello studio delle mafie. Professore presso l’Università degli Studi di Torino, ha contribuito in modo decisivo a sviluppare l’analisi delle mafie come fenomeni relazionali, introducendo e approfondendo il concetto di capitale sociale mafioso. Che cos’è il “capitale sociale mafioso”? Sciarrone parte dal concetto sociologico generale di capitale sociale (Bourdieu, Coleman), inteso come insieme di risorse accessibili attraverso reti di relazioni basate su fiducia, reciprocità e riconoscimento.
Il capitale sociale mafioso è l’insieme delle relazioni interne ed esterne che permettono all’organizzazione mafiosa di ottenere risorse, consenso, protezione e opportunità economiche.
Accanto ai legami forti (bonding) di parentela, affiliazione e fedeltà interna, che garantiscono coesione organizzativa, controllo e disciplina e servono a garantire stabilità e affidabilità interna, vi sono i legami deboli (bridging) ossia i rapporti con imprenditori, politici e amministratori, professionisti e funzionari pubblici, fondamentali per l’espansione economica e istituzionale, e che creano la famigerata “area grigia”. Quella zona di interazione tra mafiosi e soggetti non mafiosi che collaborano per interesse.
La mafia dunque non è solo violenza e non è solo un’organizzazione criminale chiusa, ma una rete relazionale radicata nel tessuto sociale. Il potere mafioso deriva quindi non solo dall’intimidazione, ma dalla capacità di accumulare e mobilitare capitale sociale.
Altro grande tema negli studi di Esposito è il problema del consenso attribuito alle mafie, che, ha spiegato, non è una adesione valoriale o ideologica ma è un fenomeno relazionale. Ossia il potere di fare qualcosa insieme agli altri e agire di concerto.
“Manipolazione, influenza e controllo dell’incertezza. Il consenso non è un atto esplicito ma una disponibilità a riconoscere il potere mafioso e una autorità di tipo illegale. Per molti giovani cresciuti in questi contesti le mafie vengono interiorizzate nelle mappe cognitive che rendono possibile e desiderabile l’ingresso nelle mafie che offrono protezione, status, appartenenza. Il coinvolgimento giovanile è un effetto strutturale delle forme di controllo mafioso”.
A tal proposito il procuratore Enrico Infante si è concentrato sul tema del monopolio della forza. C’è una unicità nella Quarta mafia. “Le altre organizzazioni mafiose tendono a monopolizzare la forza, non si ha microcriminalità, negli altri territori il più delle volte la presenza delle mafie lancia ai poveri disgregati una istanza d’ordine. È un messaggio perverso ma pedagogico. Da noi questa strada non è mai stata intrapresa. A Cerignola c’era una dialettica tra i grandi e i piccoli spacciatori. Ma l’equilibrio che portò alla abolizione delle rapine durò poco. A Foggia città le tre batterie non hanno mai voluto governare il pulviscolo della microcriminalità. Da noi l’atteggiarsi della mafia disvela l’incapacità a corporare e collaborare, così come accade nel mondo legale. Abbiamo una violenza molecolare, sempre mafiosa, ma non c’è il perverso pedagogico. Questo che significa per i giovani? C’è un messaggio massimamente predatorio. Si dice ai giovani: rapina, taglieggia, fai lo spaccio. Ed è un messaggio pedagogico che riscuote successo, al giovane che viene da famiglie povere ed emarginate si dice sostanzialmente: se fai così esci dall’anonimato a cui sei condannato. È questo il fascino da sempre della vita criminale”.
Da cinefilo Infante ha citato Quei bravi ragazzi e lo splendido monologo finale di Trainspotting.
“Le nuove file della criminalità hanno storie di bassa scolarizzazione ed emarginazione sociale. Attraverso le mafie questi ragazzi diventano unici e di successo”.









