I militari Festa e De Biase sono stati insigniti delle medaglie al valore per il giorno della Memoria. Entrambi deceduti sono stati ricordati oggi in Prefettura dai loro parenti e dalle istituzioni per essere stati tra gli Internati Militari Italiani (IMI) che furono oltre 650.000.
I soldati italiani furono catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, perché rifiutarono di collaborare con il nazifascismo. Deportati nei lager del Reich, subirono 20 mesi di lavori forzati, denutrizione e condizioni disumane, causando tra i 37.000 e 50.000 morti.
La loro fu una “Resistenza Disarmata”: rifiutando di arruolarsi nella Wehrmacht o nella Repubblica Sociale Italiana (RSI), gli IMI scelsero la prigionia come forma di resistenza morale. Il regime nazista li definì “internati militari” per privarli delle tutele della Convenzione di Ginevra riservate ai prigionieri di guerra, obbligandoli al lavoro forzato nell’industria bellica tedesca. Subirono l’oscuramento della loro resistenza dopo l’8 settembre, come ha spiegato il prefetto di Foggia.
Maria Schena presidente dell’associazione nazionale ex internati ha ripercorso la storia della Shoah e degli internati con una età media di 27 anni. “Nei campi hanno dovuto fare una scelta, quella di non aderire più al fascismo. Dopo la Repubblica di Salò la loro situazione peggiora perché i nazisti continuamente chiedevano se volevano aderire, 30mila internati sono morti. C’erano campi più leggeri e altri nelle industrie belliche. Nei lager si sono formati i lavori per l’identità nazionale”.
Antonio Festa non ha mai raccontato le sue esperienze nei campi di lavoro tedeschi dopo la cattura in Grecia. Ai figli diceva solo un epiteto, “guter Arbeiter”, buon lavoratore. L’essere affidabile nel campo lo aveva preservato dalla morte.












