Foggia non è nuova agli omicidi eccellenti. Ma la morte di Alessandro Moretti, 34 anni, detto “Sassolin”, continua a produrre onde lunghe, ben oltre la sera del 15 gennaio, quando il suo corpo è rimasto sull’asfalto di via Sant’Antonio. L’autopsia eseguita su incarico della Direzione distrettuale antimafia ha ora chiarito la dinamica dell’agguato, restituendo una sequenza cruda e definitiva: Moretti ha provato istintivamente a proteggersi, alzando il braccio sinistro davanti al torace, ma la raffica di proiettili non gli ha lasciato scampo.
I colpi, il tentativo di difesa e l’esito fatale
Secondo quanto emerso dall’esame autoptico, tre proiettili calibro 7.65 hanno attraversato il braccio sinistro della vittima, conficcandosi tra fianco e torace. In totale sono quattro i colpi risultati mortali, uno dei quali esploso in prossimità del cuore. Una traiettoria che conferma il tentativo estremo di parare la morte, inutile contro una raffica esplosa a distanza ravvicinata. Le ogive recuperate sul corpo sono state consegnate alla polizia scientifica e verranno ora sottoposte a consulenza balistica per verificare se l’arma utilizzata sia compatibile con altri delitti.
Sulla scena dell’agguato erano già stati repertati sette bossoli e due ogive. L’azione è stata rapida, chirurgica, portata a termine da un sicario solitario a bordo di uno scooter di grossa cilindrata che ha affiancato Moretti sul lato sinistro mentre percorreva via Sant’Antonio in direzione del cimitero. Non si esclude la presenza di un basista che potrebbe aver aperto la strada al killer.
Un omicidio che rompe una regola non scritta
Alessandro Moretti era tornato libero da poco più di un anno, dopo una detenzione quasi ininterrotta durata dal 2016 al 2024, a seguito delle condanne per armi e associazione mafiosa nei blitz “Ripristino” e “Decima Azione”. Era sorvegliato speciale e aveva firmato in questura poche ore prima di essere ucciso. Un dettaglio che rafforza il senso di un’esecuzione studiata, consapevole delle abitudini della vittima.
La sua morte rappresenta però qualcosa di più. Per la prima volta nella storia quarantennale della “Società Foggiana”, un componente diretto della famiglia Moretti viene assassinato. Un tabù infranto che, per molti osservatori, potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di sangue.
Guerra di mafia o faida interna: due scenari opposti
L’omicidio di un Moretti potrebbe essere letto come un atto di guerra, un segnale lanciato a tutto l’assetto criminale cittadino. Da questo punto di vista, il rischio di una nuova escalation armata non è affatto remoto. I precedenti storici insegnano che le guerre di mafia a Foggia sono spesso iniziate colpendo figure di peso, simboliche, capaci di spostare equilibri.
Ma esiste anche una seconda ipotesi, opposta e altrettanto plausibile: quella di una faida interna. Una regolazione di conti maturata dentro lo stesso perimetro del clan o tra gruppi scissionisti che non accettano più patti, imposizioni e spartizioni ritenute penalizzanti. In questo scenario, l’omicidio potrebbe non generare alcuna reazione a catena, perché il conflitto si sarebbe già consumato al suo interno.
Il peso criminale di “Sassolin” e il nuovo che avanza
Negli ultimi anni, come emerso da intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e indagini, Alessandro Moretti aveva acquisito un ruolo crescente negli assetti del clan. Era uno dei luogotenenti liberi, un nome che contava, anche per il cognome che portava. Ucciderlo significa colpire in alto, ma anche liberare spazi.
Da qui l’ipotesi che dietro l’agguato ci sia “un nuovo che avanza”, una generazione criminale che non riconosce più i vecchi equilibri e prova a imporre la propria legge attraverso il sangue.
Il filo che porta agli omicidi irrisolti
Sul fondo dell’inchiesta restano poi altri delitti, mai chiariti, che potrebbero non essere episodi isolati. Gli omicidi del 2022 di Alessandro Scrocco, Alessandro Scopece “il cinghiale”, Roberto Russo “il colombiano” e Agostino Corvino, nipote del boss Raffaele Tolonese, tutti maturati in ambienti legati allo spaccio di droga, continuano a pesare come macigni irrisolti. Così come l’uccisione, nel 2023, del boss Salvatore Prencipe, freddato dopo essere tornato in libertà, forse per aver abbandonato al proprio destino alcuni alleati finiti in carcere.
Eventi apparentemente scollegati, ma che potrebbero far parte di una stessa linea di frattura: quella di un sistema criminale che si sta ridefinendo, tra alleanze fragili, tradimenti e nuovi rapporti di forza.
Un funerale blindato e un silenzio carico di tensione
Il divieto di esequie pubbliche disposto dal questore Alfredo D’Agostino ha imposto un funerale riservato, all’alba, scortato dalla polizia. Una prassi consolidata per gli omicidi di mafia. Al cimitero non c’erano i volti storici della famiglia Moretti: Rocco, Pasquale e Rocco junior, tutti detenuti. Tre generazioni in carcere, mentre l’ultima libera viene sepolta in silenzio.
Un silenzio che oggi pesa più delle parole. Perché a Foggia, quando cade un nome come quello di Alessandro Moretti, la domanda non è solo chi ha sparato. Ma cosa succederà adesso.










