La corte d’assise d’appello di Bari ha confermato ieri pomeriggio le condanne per Pompeo Todisco, sessantaquattrenne imprenditore agricolo di Orta Nova, e per la sua collaboratrice Ilona Katarzyna Babele Pstuszka, quarantasettenne polacca residente nello stesso centro. Otto anni e quattro mesi per il primo, sei anni e quattro mesi per la seconda: è l’epilogo del segmento giudiziario dell’inchiesta “Terra promessa”, l’operazione del 2006 che svelò un vasto sistema di sfruttamento di lavoratori polacchi attirati nel Foggiano con false promesse di impiego e poi ridotti in condizioni di schiavitù nella raccolta del pomodoro.
La decisione dei giudici e le accuse confermate
La corte ha accolto integralmente le richieste del sostituto procuratore generale Chiara Morfini, rigettando invece le tesi difensive degli avvocati che chiedevano l’assoluzione o, in subordine, pene minime. Todisco è stato ritenuto colpevole anche di tratta di esseri umani, oltre che di riduzione in schiavitù e associazione per delinquere. Pstuszka è stata riconosciuta responsabile di reclutamento, intermediazione e partecipazione alla rete criminale.
Secondo l’accusa, l’organizzazione operava come struttura transnazionale tra Polonia e Capitanata, articolata in più cellule. Le vittime venivano reclutate con annunci sui media polacchi, trasferite nel Tavoliere e costrette a lavorare fino a dieci ore al giorno, anche nei festivi, con compensi irrisori e un controllo costante. Vitto e alloggio erano forniti dalla stessa rete sfruttatrice a prezzi eccessivi.
Todisco, secondo la ricostruzione, era a capo della cellula italiana responsabile dello smistamento e dello sfruttamento dei braccianti; Pstuszka avrebbe svolto il ruolo di mediatrice, sia nei rapporti con i lavoratori sia nel reclutamento in patria.
Un’inchiesta partita nel 2006 e un processo durato quasi vent’anni
L’indagine “Terra promessa” prese avvio il 18 luglio 2006 con 27 misure cautelari: 26 polacchi e un solo italiano, Todisco, scarcerato dopo due settimane per insufficienza di indizi. La prima parte del processo arrivò a 17 condanne per un totale di 107 anni di reclusione, confermate in appello nel 2009 e poi dalla Cassazione. Il fascicolo relativo a Todisco e Pstuszka seguì un percorso separato e tortuoso.
Nel 2010 il Tribunale di Foggia condannò Todisco a 9 anni e Pstuszka a 8 anni e 6 mesi. La sentenza fu annullata nel 2014 per incompetenza funzionale: il reato di riduzione in schiavitù deve essere giudicato dalla corte d’assise. Trasferiti gli atti alla Dda, i due imputati optarono per il rito abbreviato e furono nuovamente condannati nel 2024. Ora la corte d’assise d’appello conferma integralmente quel verdetto.
Le dichiarazioni dell’imputato e il futuro del processo
In aula, Todisco ha reso dichiarazioni spontanee, sostenendo ancora una volta di essere estraneo ai reati più gravi: “Ho ingaggiato stranieri per la raccolta nei miei campi, ma non li ho mai ridotti in schiavitù”, ha detto, ammettendo solo mancati pagamenti contrattuali.
La difesa ha già annunciato ricorso in Cassazione. Sarà la Suprema Corte a mettere la parola fine, dopo quasi vent’anni, su una delle inchieste simbolo dello sfruttamento agricolo nel Foggiano.












