Dolore, lucidità, memoria e una richiesta di giustizia che non vuole più essere ignorata. Sono questi gli elementi della lunga e toccante lettera inviata da Michele Ciani, nipote di Franca Marasco, la tabaccaia di 72 anni uccisa nel suo luogo di lavoro il 28 agosto 2023. Una storia che a Foggia è stata a lungo raccontata come “una rapina finita male”. Ma per Ciani — e per chi oggi rilegge le carte processuali — quella definizione è una ferita, una rimozione, un modo di attenuare una verità più dura: Franca, dice il nipote, è stata vittima di un femminicidio.
“Fate rumore. Ma fatelo davvero.”
Ciani scrive dopo l’iniziativa “Facciamo Rumore”, promossa dall’Università di Foggia e dalla professoressa Barbara De Serio, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Una manifestazione che lui vede come “un gesto necessario, urgente”, un invito a scuotere coscienze e istituzioni. E allo stesso tempo come l’occasione per ricordare una donna che la città — denuncia — non ha mai davvero nominato per ciò che ha subito.
“È stato un femminicidio vero. Crudo. Efferato. E taciuto”, scrive. “Foggia non le ha dedicato un gesto, un momento, una parola collettiva. Io oggi chiedo che non sia più così”.
“Mia zia non era un bersaglio facile. Era una donna forte.”
Nella lettera, Ciani ricostruisce ciò che Franca rappresentava per la città: una lavoratrice instancabile, parte della memoria viva del quartiere, volto storico della Rivendita 48 di Via Marchese de Rosa, una vita intera trascorsa dietro un bancone che per decenni ha visto passare generazioni di foggiani.
“Era forte, libera, dedita al lavoro e alla famiglia”, ricorda il nipote. “Eppure è stata percepita come vittima designata, in quanto donna. Una vulnerabilità attribuita, una debolezza presunta”. Un giudizio che, secondo lui, non riguarda solo gli aggressori, ma anche una comunità che non ha saputo rendere giustizia alla sua memoria.
“Il silenzio delle istituzioni è una seconda violenza”
Ciani parla apertamente di silenzio istituzionale, un’assenza che, dice, pesa quanto l’omicidio stesso. “Ogni continua rimozione, ogni mancato ricordo pubblico, ogni titubanza nel chiamare le cose con il loro nome, perpetua la violenza di quella notte”, denuncia.
“La città non l’ha ricordata veramente”. Una richiesta precisa: che l’Università, il rettore Lorenzo Lo Muzio, la professoressa De Serio e tutte le istituzioni che cammineranno nella marcia del 25 novembre pronuncino il nome di Franca, lo portino con sé tra i foulard rossi distribuiti ai partecipanti.
Non solo Franca: “Ricordate anche Haiat Fatimi”
Nella lettera, il nipote ricorda anche un’altra vittima: Haiat Fatimi, giovane donna marocchina uccisa a Foggia. Una storia meno conosciuta, più fragile nella memoria pubblica, ma non meno significativa. “L’ho incontrata”, scrive. “Voleva lavorare, emanciparsi, integrarsi. Anche per lei le nostre istituzioni sono arrivate troppo tardi”.
Per Ciani, la marcia del 25 novembre deve essere un atto di comunità, un percorso che attraversa simbolicamente la città ma anche la sua coscienza collettiva, trasformando il silenzio in responsabilità.
“Ogni donna che perdiamo è un silenzio che ci attraversa”
La lettera si chiude con un’immagine che è un monito e un gesto d’amore: “Ogni donna che perdiamo è un silenzio che ci attraversa. E noi abbiamo il dovere di trasformarlo in luce, in cammino, in memoria che non si spegne”.
E poi un sussurro che diventa promessa pubblica: “È il mio modo di dire ancora una volta a mia zia: Ti voglio bene”. Un appello che arriva dritto al cuore della città. Un invito a fare rumore. A fare memoria. A dire finalmente i nomi delle donne che non ci sono più.









