Le carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di un agente della polizia penitenziaria, il barese 37enne Domenico De Bellis, in servizio alla Casa Circondariale di Foggia rivelano un quadro inquietante fatto di intercettazioni, telecamere interne, microtelefoni acquistati in negozi di Bari e droga introdotta in carcere. L’ordinanza cautelare, firmata dal giudice per le indagini preliminari, ricostruisce nei minimi dettagli un sistema di favori e traffici interni che violava le regole di sicurezza dell’istituto. De Bellis è finito in carcere mentre un suo collega sanseverese è stato sospeso dal servizio per un anno. Sotto inchiesta anche il detenuto cerignolano Pasquale Diliso, 26 anni, presunto destinatario della merce.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il 14 ottobre 2024 una fonte confidenziale segnalò ad un ispettore capo l’imminente ingresso in carcere di hashish e telefoni cellulari. La fonte, che non conosceva il nome dell’agente, lo indicò però con precisione: “Eccolo, è quello lì”. Da quel momento partì l’attività di osservazione.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, attorno alle 17.05, il poliziotto arrestato fu notato da due assistenti mentre usciva a piedi dal carcere e si dirigeva verso il vicino centro commerciale Euronics di viale degli Artigiani. Qui, con atteggiamento sospettoso, rimase nel parcheggio finché non arrivò una Ford Focus grigia. Salì a bordo, percorse poche centinaia di metri, poi scese e rientrò a piedi in istituto attorno alle 18.00.
La stessa fonte riferì che l’introduzione del materiale illecito sarebbe avvenuta quella notte, tra il 14 e il 15 ottobre, durante il turno notturno dell’agente.
Secondo gli atti, il 9 dicembre 2024 l’agente arrestato entrò in un negozio di telefonia di piazza Umberto I a Bari – individuato tramite tracciamento GPS – e chiese esplicitamente “telefonini piccoli” e “schede senza nome”. Nelle trascrizioni riportate nell’ordinanza, il poliziotto chiese al commerciante se “si possono mettere le schede senza intestazione” e discute del prezzo (“30 euro, ogni mese minimo sei”). Una richiesta che, secondo gli inquirenti, serviva per dotare i detenuti di microcellulari non tracciabili, usati per comunicare con l’esterno.
Le immagini dal carcere e i microtelefoni nascosti nei water
Pochi giorni dopo quella conversazione, le telecamere di sorveglianza del penitenziario di Foggia ripresero lo stesso agente mentre si muoveva all’interno di una stanza con una busta rossa e uno zaino blu. Nelle immagini, allegate agli atti, lo si vide armeggiare vicino al letto. Durante una successiva perquisizione, eseguita il 14 gennaio 2025, i colleghi trovarono sotto la tazza del water due microtelefoni “Leovin” di colore nero e giallo, identici a quelli fotografati e già intercettati nelle indagini.
Un altro telefono, modello “L8STAR” rosso, fu rinvenuto nella stessa sezione accanto a una bilancia elettronica. Tutti i dispositivi risultarono privi di SIM, ma dotati di codice IMEI che combaciava con quelli tracciati nei controlli precedenti.
Hashish nascosto nei frigoriferi e soldi ai detenuti
L’ordinanza dettaglia anche un episodio di introduzione di sostanza stupefacente: 93 grammi di hashish nascosti nel frigorifero del reparto “Nuovo Complesso”, destinati – secondo gli inquirenti – al detenuto di Cerignola. In cambio della consegna, l’agente avrebbe ricevuto una somma di 500 euro.
Dalle perquisizioni successive sono emersi altri materiali compromettenti: caricabatterie artigianali, cavetti troncati, SIM Lycamobile intestate a numeri stranieri e persino uno smartphone nero nascosto in una cella del reparto giudiziario.
Un secondo agente sospeso, le indagini proseguono
Dalle stesse carte emerge anche il coinvolgimento di un secondo agente della polizia penitenziaria, sospeso dal servizio per un anno: avrebbe introdotto un iPhone rosa e una SIM straniera nascosta in una cassetta metallica nella cella di un altro gruppo di detenuti.
La procura di Foggia contesta agli indagati la corruzione e l’introduzione di droga e dispositivi vietati in carcere, aggravate dall’abuso dei poteri di pubblico ufficiale. L’inchiesta, condotta anche grazie al sistema di videosorveglianza interna e alle intercettazioni ambientali, ha permesso di ricostruire un meccanismo ben organizzato, capace di aggirare controlli e regolamenti.
Secondo la ricostruzione del gip, “l’agente si muoveva con sicurezza all’interno dell’istituto, certo di poter operare indisturbato, portando all’interno cellulari, schede e stupefacenti in violazione dei propri doveri e mettendo a rischio la sicurezza del carcere”.










