Si chiama “Think write lead” il nuovo ciclo di incontri e presentazione di libri e autori della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, fortemente voluto dal presidente Filippo Santigliano e dal suo vice, il manager Alfonso de Pellegrino.
Tra memoria e attualità, storia e conoscenza, la rassegna inaugurata il 29 settembre vuole approfondire il tema della scrittura e quanto essa possa cambiare la società. Protagonisti della cultura e dell’impresa saranno ospitati in Fondazione. Ad inaugurare il nuovo format il libro di Enzo Amendola, “L’Imam deve morire” (Mondadori, 2025).
L’autore, come ha spiegato de Pellegrino nella sua introduzione, è una voce autorevole e un punto di riferimento per i cittadini del Sud. Ex ministro col secondo Governo Conte, Amendola è un parlamentare dem originario di Napoli e da sempre appassionato di questioni mediorientali. Con “L’Imam deve morire” per la prima volta si è cimentato nella letteratura di genere.
1978. L’Italia è scossa dagli anni di piombo e dal sequestro Moro, quando un’altra scomparsa intorbidisce acque già nere. Musa al- Sadr, Imam leader degli sciiti libanesi, è svanito insieme al suo seguito e le sue ultime tracce sembrano condurre a Roma. Il capitano dei servizi segreti italiani Roberto Stancanelli riceve dai suoi superiori l’incarico di indagare. Sin dalle prime fasi dell’inchiesta, però, Stancanelli si convince che l’Imam nella capitale non ci è mai arrivato. Qualcuno lo ha fatto sparire prima, e forse per sempre. L’Imam è caduto in una trappola di Gheddafi? Il poliziesco romanzato non si limita a raccontare una storia dimenticata ma mette in luce il ruolo della politica internazionale.
“È una riflessione sulla verità negata e sull zone grigie del potere. La scrittura non è un atto astratto ma cambia la politica”, ha aggiunto il vicepresidente della Fondazione Monti Uniti.
A dialogare con l’autore sulla sua spy story Enrico Ciccarelli che ha sottolineato lo “spirito di Assisi” dell’imam protagonista del romanzo.
“Non sarà la fine del mondo ma la fine del mio mondo”, è la frase finale del libro che indica un po’ la fine dell’utopia della pace, ormai andata in pezzi ai confini europei.
“Mi piace molto la letteratura che racconta storie, volevo focalizzarmi su una storia vera, che è un grande intrigo internazionale – ha detto Amendola -. Questo imam era una figura particolare un uomo di popolo e di piazza, che cercava di evitare la riapertura della seconda escalation della guerra libanese. E allora va in giro per i paesi arabi. Scompare a Tripoli, i libici dicono che la sua ultima tappa era stata l’Italia. Ma in Italia non è mai stato ritrovato. L’intrigo è durato parecchio, dal governo Andreotti al governo Berlusconi. Scompare tra agosto e settembre del 1978, prima era morto Aldo Moro, erano morti due papi, era stato eletto Sandro Pertini. L’Italia aveva vissuto drammi forti, in quell’Italia in ginocchio violentata dall’uccisione di Moro, un pezzo di intelligence si mise a cercarlo con testardaggine. Capirono che l’Imam rappresentava una figura che era un cortocircuito, era uno sciita, uno che nella Chiesa dei cappuccini di Beirut aveva tenuto un sermone di pace. La sua scomparsa non era solo un intrigo, l’Iman era un simbolo e andava preservato contro i fanatismi e le trappole d’odio”.
La sua figura, come ha rilevato Amendola, è ancora un miraggio nel mondo arabo. “Ci sono stati e ci sono ancora nel Medioriente persone di pace. Nella storia del nostro paese, dell’intelligence, delle associazioni si è sempre cercato soluzioni di pace. Siamo dentro quelle vicende e l’Italia può avere un grande prestigio per portare pace. Questo imam andava raccontato perché la sua scomparsa rappresenta un giallo in purezza. Non credete mai al fatalismo di chi dice che è meglio che l’Italia si faccia i fatti suoi o che la guerra in Medioriente non finirà mai”.









