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Home - “Decimabis” e il maxi sconto a D’Angelo. Ma per i pentiti è “l’incaricato a sparare” del clan Moretti

“Decimabis” e il maxi sconto a D’Angelo. Ma per i pentiti è “l’incaricato a sparare” del clan Moretti

Il 40enne di Foggia, legato alla nota batteria mafiosa, era stato indicato dai pentiti come uomo appartenente al "gruppo di fuoco" e stipendiato dal clan. In passato condanne per armi ed estorsioni

Di Francesco Pesante
13 Settembre 2025
in Cronaca, Foggia
Pasquale Moretti, Rocco Moretti jr e Tommaso D'Angelo

Pasquale Moretti, Rocco Moretti jr e Tommaso D'Angelo

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Non ci sono solo Pasquale Moretti e suo figlio Rocco jr. tra i destinatari di rilevanti riduzioni di pena nell’appello di “Decimabis”, rispettivamente condannati a 12 e 5 anni di carcere rispetto ai 16 e 10 anni del primo grado. Nel dispositivo di sentenza spiccano i 5 anni di reclusione a Tommaso D’Angelo, 40 anni, condannato inizialmente a 11 anni e 2 mesi. Pena oltre che dimezzata, dunque, per un uomo molto noto agli inquirenti, arrestato più volte nel corso degli ultimi dieci anni. Nel 2017 fu pizzicato insieme ad altre persone due giorni dopo la strage di San Marco in Lamis. Venne poi condannato per porto e detenzione di armi. Probabilmente il commando era pronto anche ad uccidere ma non si arrivò mai all’imputazione di tentato omicidio.

In attesa di conoscere, tra 90 giorni, le motivazioni della sentenza di appello di “Decimabis”, risalta il maxi sconto per D’Angelo, difeso dall’avvocato Luigi Marinelli. Una riduzione di pena che fa ancora più scalpore dopo la sentenza di primo grado che riportava le gravi accuse mosse nei suoi confronti dai pentiti Carlo Verderosa (ex clan Moretti, lo stesso di D’Angelo) e Patrizio Villani (ex clan Sinesi-Francavilla). I due indicarono D’Angelo appartenente alla batteria Moretti, “stipendiato dal clan” e con un ruolo operativo, “incaricato di azioni omicidiarie o comunque con uso di armi”. “L’incaricato a sparare”. Per il gip fu “sintomatico che i collaboratori, appartenenti a batteria parzialmente diverse e sentiti in momenti distinti, abbiano tutti attribuito a D’Angelo lo stesso genere di condotte”. 

I collaboratori di giustizia parlarono di fatti “direttamente percepiti, ognuno dalla propria prospettiva, non potendosi chiaramente pretendere in capo a Villani lo stesso grado di conoscenza di Verderosa che diversamente dal primo apparteneva alla stessa batteria di D’Angelo”.

Le condanne definitive inflitte a D’Angelo in passato confermarono le dichiarazioni di Verderosa: “Spostava le armi, andava a fare qualcosa per fuori”. Per tutti i collaboratori, D’Angelo era collocato “nel gruppo di fuoco della batteria Moretti”. E secondo i pentiti “spostava” anche “la droga”. 

All’epoca il gip ebbe pochi dubbi sull’appartenenza al clan da parte di D’Angelo, il cui nome era presente anche nella lista sequestrata a casa di Rocco Moretti junior con l’indicazione di uno stipendio “assai elevato”.

Verderosa confermò che D’Angelo era pagato dai Moretti da diverso tempo, a cifre notevoli per via delle lunghe detenzioni, ma anche per la famiglia numerosa a carico dell’uomo. Stando alle intercettazioni riportate nella sentenza di primo grado di “Decimabis”, le richieste di denaro di D’Angelo al boss Pasquale Moretti sarebbero state costanti. L’uomo avrebbe ricevuto compensi per almeno dieci anni.

“La presenza del nome dell’imputato nella lista degli stipendiati – scrisse ancora il gip in sentenza – corrobora ulteriormente il suo inserimento, con ruolo dinamico funzionale, all’interno della consorteria, risultando evidente come la percezione di una retribuzione mensile da parte di una cosca mafiosa costituisca prova dell’inserimento strutturale in essa, inteso come stabile messa a disposizione dell’associazione della propria attività, non comprendendosi altrimenti per quale motivo un sodalizio mafioso, che non è un ente benefico, debba tenere al proprio soldo una persona, non essendo peraltro pensabile che l’associazione versasse uno stipendio ad un soggetto non attivamente partecipe alla stessa, tanto più in una fase di scarsità dei relativi profitti”.

Non solo armi e azioni di fuoco, la sentenza “Decimabis” ricordò anche il pizzo ad un negozio cinese di Foggia. Una vicenda estorsiva denunciata dalla vittima e terminata con una condanna per i responsabili, tra cui D’Angelo. Il titolare dell’attività trovò una busta di colore rosso sotto il portone a scorrimento della sua abitazione con all’interno un foglio a righe di colore bianco che recava una dicitura simile ad un film con Mario Merola: “Salve, siamo dell’agenzia assicurativa La Proteggici. C’è una piccola polizza da pagare ogni mese, in caso di incendio, esplosione, furto, rapina, ecc… a voi sono 200 euro al mese, sarete assicurati e protetti per sempre. Mi raccomando, non accetto no come risposta. Niente carabinieri, polizia”.

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Tags: clan MorettidecimabisFoggiaMafia foggianapentitiprocessoriduzione penaTommaso D’Angelo
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