Un medico che avrebbe trasformato la sofferenza dei malati in una corsia preferenziale a pagamento. È questo il ritratto che emerge dell’ex primario Vito Lorusso, 71 anni, anestesista dell’Istituto Oncologico “Giovanni Paolo II” di Bari, oggi detenuto in carcere dopo aver patteggiato una pena di cinque anni per concussione e peculato. Ma non finisce qui. Ora, secondo quanto riportato da Repubblica Bari, la Corte dei conti lo ha citato per un presunto danno erariale di circa 500mila euro nei confronti dell’azienda sanitaria per cui lavorava.
La “tassa occulta” ai malati: “Ci fidavamo, era il capo”
Le indagini penali, condotte dalla Polizia e coordinate dalla Procura di Bari, avevano già evidenziato uno schema inquietante: pazienti oncologici o i loro familiari versavano tra i 100 e i 200 euro in contanti direttamente al primario per ottenere visite, infusioni e terapie più rapide, con la sensazione che solo così si potesse “entrare nelle sue grazie”. In molti, intercettati e ascoltati dagli inquirenti, dicevano: “È normale che ti devi fidare, questo diventa padrone della tua vita”.
Nel luglio 2023, Lorusso fu arrestato con 200 euro in mano, appena ricevuti da un paziente. Le microcamere piazzate nel suo ufficio avevano documentato decine di episodi simili. Ma se la parte penale ha già visto una condanna, ora si apre un nuovo fronte.
Danni economici e morali: la contestazione della Corte dei conti
La Procura contabile ha notificato a Lorusso una richiesta di risarcimento di oltre 495mila euro. Due le voci principali: 165mila euro di danno patrimoniale e 330mila per il danno d’immagine. In particolare, gli investigatori della Corte dei conti, Carmela De Gennaro e Pierlorenzo Campa, hanno evidenziato come il medico abbia incassato somme senza autorizzazione, in violazione del contratto di esclusiva che lo legava all’ospedale.
Tra il 2019 e il 2023, Lorusso percepì 96mila euro in più rispetto allo stipendio base, 10mila euro di retribuzione di risultato e 58mila euro per la posizione apicale. Tutti importi legati alla clausola di esclusività, che imponeva al primario di non effettuare visite extramoenia. E invece, secondo le indagini, oltre 200 visite furono effettuate fuori da ogni tracciabilità, all’interno della stessa struttura, ma fuori dai canali ufficiali.
I magistrati contabili sottolineano come la mancata trasparenza e la sistematicità delle condotte abbiano compromesso l’affidabilità percepita dell’intero Istituto, generando una frattura profonda nella fiducia tra cittadini e sanità pubblica.
Il “caso Lorusso” non si chiude: pende l’inchiesta “Codice interno”
Come se non bastasse, sullo sfondo c’è un’altra inchiesta ancora più delicata. Vito Lorusso è coinvolto nel procedimento “Codice interno” della DDA di Bari, per voto di scambio politico-mafioso. Avrebbe favorito nel 2019 la candidatura della figlia Mari Lorusso (moglie dell’avvocato ed ex parlamentare Giacomo Olivieri) grazie ai voti di alcuni clan locali.
Una vicenda che intreccia sanità, politica e criminalità organizzata, con uno scenario inquietante: pazienti costretti a pagare per essere curati e politici sospettati di accordi con le mafie per un pugno di voti.
Mentre la Corte dei conti si prepara a discutere la causa nel merito, la sanità pugliese si ritrova nuovamente al centro di una tempesta giudiziaria. E ai pazienti, ancora una volta, resta la sensazione di essere stati le vittime silenziose di un sistema malato.












