Fumata bianca nei giorni scorsi in Conferenza Stato-Regioni sul decreto che definisce i poteri sostitutivi per il contrasto alle liste d’attesa sanitarie. In caso di inadempienze, sarà il ministero della Salute, attraverso l’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria, a intervenire direttamente adottando i provvedimenti necessari o indicando le misure da attuare, monitorandone poi l’efficacia.
Negli ultimi mesi il provvedimento era stato al centro di forti tensioni tra Governo e Regioni, ma la nuova formulazione ha chiarito il perimetro di azione del potere sostitutivo, limitandolo a singoli atti o misure ritenute essenziali per abbattere le attese. Viene inoltre stabilita una tempistica precisa: 30 giorni per le controdeduzioni della Regione inadempiente, poi altri 60 o 90 per correggere le criticità. In assenza di risposte efficaci, l’Organismo potrà agire direttamente.
Tutte le attività svolte in regime sostitutivo dovranno essere rendicontate in una relazione dettagliata, inviata sia alla Regione che al ministero della Salute. Ogni anno, entro il 10 gennaio, l’Organismo trasmetterà anche una relazione generale sull’attività svolta.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha parlato di “un risultato frutto di una collaborazione continua e proficua” con il ministro della Salute Orazio Schillaci, ringraziandolo per il lavoro condiviso e auspicando che lo stesso metodo venga adottato per affrontare le sfide future del Servizio sanitario nazionale.
Ma la situazione resta critica. Secondo un’analisi della Fondazione Gimbe, presentata dal presidente Nino Cartabellotta, ad oggi solo tre dei sei decreti attuativi previsti dalla legge 73/2024 sono stati pubblicati. Uno dei mancanti, proprio quello sui poteri sostitutivi, è stato appena sbloccato. Gli altri due – quello sul superamento del tetto di spesa per il personale sanitario e quello per le linee guida su disdette e agende Cup – sono in forte ritardo.
Nel frattempo, l’impatto sulle persone è sempre più grave: nel 2024, secondo Gimbe, ben 4 milioni di italiani (il 6,8% della popolazione) hanno rinunciato a cure sanitarie per via delle attese troppo lunghe. Nel 2023 erano 2,7 milioni. Anche le difficoltà economiche pesano, colpendo il 5,3% della popolazione (oltre 3 milioni di persone). “Il problema – ha detto Cartabellotta – non è solo economico, ma riguarda la capacità del Servizio sanitario nazionale di erogare prestazioni nei tempi utili per la salute”.
Il ministro Schillaci ha ammesso che “sulle liste d’attesa c’è ancora tanto da fare”, ma ha rivendicato l’avvio della “strada giusta” per affrontare il nodo. Di tutt’altro parere il leader del M5S Giuseppe Conte, che ha definito il decreto “un fallimento clamoroso”. Critica anche la segretaria del Pd Elly Schlein, secondo cui “il decreto varato alla vigilia delle elezioni europee è rimasto al palo”.
La Fondazione Gimbe lancia infine un monito: “Le liste d’attesa – conclude Cartabellotta – non si risolvono a colpi di decreti, ma servono investimenti sul personale, riforme organizzative e una trasformazione digitale del sistema. In gioco c’è il diritto alla salute per milioni di cittadini”.












