Battute finali del processo a Giuseppe Albanese, 43enne foggiano detto “Prnion”, fedelissimo del clan Moretti-Pellegrino-Lanza. L’uomo, al 41 bis nel carcere di Parma, è accusato dell’omicidio del pizzaiolo Rocco Dedda, freddato sull’uscio di casa sua in via Capitanata, rione Candelaro, il 23 gennaio 2016. La vittima aprì letteralmente la porta ai suoi assassini e venne giustiziata senza pietà davanti allo sguardo atterrito di moglie e figlio. Grazie alle indagini della squadra mobile di Foggia e all’analisi della videosorveglianza, gli inquirenti, imbeccati da alcuni pentiti, riconobbero Albanese mentre è tuttora ignoto l’altro uomo immortalato dai filmati.
Nella scorsa udienza, la pm della Dda Bruna Manganelli ha invocato l’ergastolo per l’imputato con isolamento diurno per diciotto mesi. Ieri, invece, è stata la volta della discussione della difesa che insiste per l’assoluzione di Albanese. Il pregiudicato è noto agli investigatori e allora perché fu necessario l’intervento dei pentiti per riconoscerlo nei video? Questa è una delle tesi dei legali di “Prnion”. Complicata anche l’analisi antropometrica data la scarsa qualità del filmato. C’è però il telefonino ad inguaiare l’imputato: l’uomo avrebbe ricevuto telefonate proprio mentre si trovava sulla via di fuga.

Furono i collaboratori di giustizia Raffaele Bruno e Pietro Antonio Nuzzi ad affermare di aver riconosciuto Albanese. Nuzzi, pentito di Altamura, disse di averlo saputo in carcere da un affiliato dei Moretti. Anche Carlo Verderosa, ex morettiano, uno dei pentiti più recenti, ha rilasciato dichiarazioni scottanti spiegando di aver consegnato ad Albanese lo scooter usato per l’agguato a Dedda e avrebbe aggiunto che lo stesso imputato gli confidò di aver preso parte all’omicidio. La sentenza sembrava potesse arrivare già ieri ma è slittata ad inizio luglio.
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