Quando Alan Parker lo chiamò per dirgli che aveva avuto la parte e che aveva superato i provini, Matthew Modine era sicuro che avrebbe recitato il ruolo di Al Columbato. Per quello si era proposto. E invece no Alan Parker lo scelse come protagonista nel ruolo di Birdy, nonostante la sua fisicità, la sua altezza dinoccolata che mai avrebbe fatto pensare ad un piccolo e leggero uccellino.
Sta tutta qui la genialità del regista nell’immaginare per il ruolo di un reduce dal Vietnam con problemi psichici e allucinazioni, che si crede un uccello, un uomo lungo e sgraziato nei movimenti. Completamente inadatto al volo.
La masterclass con Matthew Modine condotta dalla giornalista Silvia Bizio sul film “Birdy. Le ali della libertà” ha raccontato molto dell’attore dello Utah, che in questi giorni si aggira per la città e arricchisce di internazionalità la proposta di una formidabile edizione di Mònde Fest.
Quel film lo educò anche sulla nudità sul grande schermo, che nella pellicola ha quasi un valore religioso, spirituale, con nessun significato di sensualità o sessualità.
Fortissimo il suo rapporto con Stanley Kubrick che lo ha diretto nel mitico ruolo del soldato Joker in Full Metal Jacket.
“Per Stanley nessuna idea era cattiva, era questo il suo motto. Io facevo parte del suo inner circle, mi chiamava nella sua roulotte, mi chiedeva suggerimenti, mi chiedeva pareri sulle scene. E anche sul finale dissi la mia, non so se poi la mia idea ha influito sulla sua scelta registica”.
Il giornalista marine dal Vietnam doveva morire o vivere nel corso del conflitto? Come doveva terminare il film che tutto il mondo oggi ricorda soprattutto per la prima parte, quella dell’addestramento? “Io gli dissi che per me era giusto che rimanesse vivo per ricordare le morti, la guerra, l’orrore che aveva vissuto”.
“He should live”, ha detto più volte l’attore nella masterclass, sottolineando come oggi l’America di Trump sia tutta vocata alla cultura della guerra e dell’odio.
Figlio di un gestore di drive in, Modine ha raccontato come per lui da bambino piccolissimo vita e recitazione fossero una cosa sola. I film visti nella spianata del drive in erano per lui storie vere. Racconti di esistenza e non fiction.
“Mi accorsi che i film erano un’altra cosa dalla vita grazie a Sean Connery. Lo conobbi come 007, ma poi lo vidi anche in altri film in cui ballava o era un cowboy. Come era possibile?”, ha rimarcato ridendo.
È però “Il piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman il film che gli ha cambiato la vita e che lo ha ricondotto ad una dimensione di essere umano.
“Nei western vedevo sempre la visione dell’uomo bianco, dei colonizzatori, con Little Big Man imparai a vedere anche gli indiani americani”.
Esilarante anche il suo primo incontro con Stella Adler, la celebre insegnante di teatro del Group Theatre che portò a New York, rinnovandolo, il metodo Stanislavskij.
“Se credi di diventare qui una stella del cinema, quella è la porta, puoi andartene, qui imparerai solo ad essere un essere umano”, gli gridò Adler, una delle figure più importanti nel teatro americano del Novecento.
Human being: è questo che spinge Modine a fare l’attore e ad accettare ruoli o a inseguire nuovi progetti da regista: la ricerca continua dell’umanità.
Bello anche il momento con il piccolo Giuseppe, un giovanissimo fan di Stranger Things, la serie culto in cui Modine il dottor Martin Brenner, il principale antagonista della prima stagione.
“Non amo interpretare personaggi cattivi, il mio corpo si rifiuta. Per tanto tempo ho detto no alla serie Netflix. Ma poi ho accettato, non sapevo all’inizio che quel medico, quello scienziato sarebbe stato un personaggio negativo. Del resto ama Eleven, c’è dell’amore in lui”.











