C’è una frase che attraversa tutta la lettera come una lama: “Mio padre denunciò, e gli costò la vita”. È da qui che parte il lungo e durissimo intervento con cui Giuseppe Ciuffreda, figlio dell’imprenditore foggiano Nicola Ciuffreda, assassinato dalla mafia il 14 settembre 1990, si rivolge al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Una riflessione che è insieme memoria personale, accusa civile, richiesta di verità e richiamo alle responsabilità dello Stato.
La lettera arriva dopo le recenti dichiarazioni di Melillo sulla forza e sul radicamento della criminalità organizzata in Capitanata. Parole che Giuseppe Ciuffreda dice di condividere, ma che gli provocano anche un “sottile disagio”. Perché, scrive, in tutti questi discorsi manca un’espressione fondamentale: “Chiediamo scusa”.
L’omicidio che segnò la storia della città
Il nome di Nicola Ciuffreda è una delle pagine più dolorose della storia della mafia foggiana. Imprenditore edile di 53 anni, venne assassinato il 14 settembre 1990 all’interno di un cantiere a Foggia. Fu raggiunto da una raffica di colpi sparati da due killer in motocicletta. Secondo le ricostruzioni giudiziarie e storiche, fu ucciso per essersi rifiutato di piegarsi alle richieste estorsive e per aver denunciato i suoi aguzzini.
La sua morte rappresentò uno dei primi segnali pubblici della violenza mafiosa che stava conquistando spazio nell’economia cittadina, in particolare nel settore dell’edilizia. Per molti osservatori fu il primo imprenditore foggiano a pagare con la vita la scelta di opporsi apertamente al racket.
“Ci dite di andare in questura, ma mio padre lo fece”
Nella lettera indirizzata a Melillo, Giuseppe Ciuffreda riconosce il valore del lavoro svolto dalla magistratura antimafia e dalle forze dell’ordine, ma contesta l’idea che basti invitare i cittadini a denunciare senza interrogarsi sulle conseguenze che spesso quelle denunce hanno avuto per chi ha trovato il coraggio di esporsi.
“Mio padre denunciò, e gli costò la vita. Giovanni Panunzio denunciò, e non mi risulta sia stato protetto”, scrive. Un passaggio che richiama due delle figure simbolo dell’antiracket foggiano e che mette in discussione l’efficacia della protezione garantita a chi sceglie di rompere il muro dell’omertà.
Per il figlio dell’imprenditore ucciso, non si può chiedere ai cittadini di affrontare organizzazioni criminali sempre più forti senza interrogarsi anche sugli errori dello Stato e delle istituzioni.
“Manca quella parola: scusa”
Il cuore della lettera è tutto in quel passaggio. Giuseppe Ciuffreda spiega di condividere l’allarme lanciato sulla forza della mafia in provincia di Foggia, ma aggiunge che nei discorsi ufficiali sente mancare una presa di responsabilità.
“Lei ci disegna una mafia forte, pericolosa e letale, ma anziché esigere un forte potenziamento degli organici e delle strutture investigative, ci suggerisce di affrontarla a mani nude”, scrive rivolgendosi al Procuratore nazionale antimafia. Poi la frase destinata a far discutere: “La mancanza di quel ‘chiediamo scusa’ pesa molto”.
Non un attacco personale a Melillo, che anzi viene definito un magistrato di valore, ma una riflessione più ampia sulla capacità dello Stato di proteggere chi denuncia e sulla necessità di interrogarsi sugli errori del passato.
Le ferite aperte di Foggia
La lettera richiama anche altre vicende simbolo della città. Giuseppe Ciuffreda cita Giovanni Panunzio, imprenditore ucciso dalla mafia nel 1992 dopo aver denunciato gli estorsori, e ricorda il ruolo decisivo del testimone di giustizia Mario Nero, le cui dichiarazioni permisero di fare luce su alcuni dei più importanti delitti della mafia foggiana.
Nelle sue parole emerge il peso di una memoria che a Foggia continua a essere dolorosa. Una città che negli anni Novanta vide l’esplosione della violenza mafiosa tra estorsioni, omicidi e attentati, mentre la “Società foggiana” consolidava il proprio potere nei settori economici più importanti.
“Gli umili soldati possono chiedersi se i generali fanno bene il loro lavoro?”
Tra i passaggi più forti della lettera c’è il paragone con una guerra. “In guerra siamo”, scrive Giuseppe Ciuffreda, chiedendosi però se chi combatte in prima linea abbia il diritto di interrogarsi sulle responsabilità di chi guida quella battaglia.
“È consentito interrogarsi su indagini malfatte e frettolosamente archiviate, su errori procedurali e di merito, su esiti obiettivamente insoddisfacenti?”, domanda. Un interrogativo che non riguarda soltanto la vicenda di suo padre, ma il rapporto complesso tra cittadini, giustizia e lotta alle mafie.
Una voce che riapre il dibattito
A oltre trent’anni dall’omicidio di Nicola Ciuffreda, quella lettera riporta al centro una domanda scomoda: quanto è costato, e quanto costa ancora oggi, denunciare la mafia a Foggia?
Le parole di Giuseppe Ciuffreda non parlano soltanto di una tragedia familiare. Raccontano una ferita collettiva che attraversa la storia della città. La storia di un imprenditore che disse no al racket e venne ucciso per questo. E di un figlio che oggi, davanti ai richiami alla responsabilità civile, chiede che lo Stato trovi il coraggio di guardare anche ai propri errori.











