Auto con targa romena o bulgara, feriti che al momento dell’incidente si trovavano all’estero, certificati medici rilasciati senza visite e verbali redatti da militari intervenuti in circostanze considerate anomale. Sarebbe questo il meccanismo alla base della presunta organizzazione scoperta dalla Procura di Trani che ha portato all’arresto di sei professionisti accusati, a vario titolo, di aver contribuito a costruire falsi sinistri stradali per ottenere indebiti risarcimenti assicurativi.
Al centro dell’inchiesta ci sono l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Canosa di Puglia Pasquale Doronzo, 57 anni, attualmente in congedo, il carabiniere Pierluigi Di Palo, 44 anni, in servizio a Cerignola, i medici Michele Marcandrea, 52 anni, e Gianfranco Specchio, 80 anni, e gli avvocati Giuseppe Gobbi, 47 anni, e Nicola De Santis, 55 anni. Tutti sono stati condotti in carcere, ad eccezione di Specchio che si trova ai domiciliari.
Il dettaglio che ha fatto scattare l’indagine
Come riferisce La Gazzetta del Mezzogiorno, gli investigatori hanno iniziato a sospettare l’esistenza di un sistema dopo aver analizzato una serie di incidenti stradali apparentemente scollegati tra loro. Otto sinistri presentavano però caratteristiche identiche: il coinvolgimento di veicoli con targa straniera e la presenza, sul posto, dello stesso sottufficiale dell’Arma, Pasquale Doronzo, pur non essendo impegnato in attività di pattugliamento o controllo del territorio.
Da quei primi accertamenti sarebbe emerso un quadro molto più ampio. La procura contesta almeno dodici falsi incidenti, mentre altri venti episodi sono ancora in fase di approfondimento.
Feriti all’estero e auto mai entrate in Italia
Tra i casi più clamorosi ricostruiti dagli investigatori ce ne sono due avvenuti a Canosa di Puglia nel 2023. Nel primo, secondo l’accusa, le persone indicate come coinvolte nel sinistro si trovavano in Romania proprio nel giorno in cui sarebbe avvenuto l’incidente. Nonostante questo, risultavano visitate al pronto soccorso dell’ospedale “Tatarella” di Cerignola.
Ancora più sorprendente il secondo episodio. Una delle automobili indicate nei verbali, una vettura con targa romena, non sarebbe mai entrata in territorio italiano. Un particolare che, secondo gli inquirenti, dimostrerebbe la totale artificiosità della pratica assicurativa.
I ruoli nella presunta organizzazione
L’ipotesi della Procura è quella di una struttura ben definita, nella quale ciascuno avrebbe avuto un compito preciso.
I due carabinieri avrebbero redatto annotazioni di servizio e documentazione ritenuta falsa per attestare l’esistenza dei sinistri. I due medici avrebbero prodotto certificazioni sanitarie necessarie a sostenere le richieste risarcitorie. Gli avvocati, invece, si sarebbero occupati delle pratiche con le compagnie assicurative utilizzando la documentazione raccolta.
Secondo quanto riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno, uno dei due medici arrestati avrebbe addirittura emesso diciannove certificati medici senza aver mai visitato i presunti feriti. Un dettaglio reso ancora più singolare dal fatto che, in quel periodo, il professionista si trovasse già agli arresti domiciliari per altre vicende.
La prova nei gps e nei cellulari
A smontare il presunto sistema sarebbero stati soprattutto i riscontri tecnologici. Attraverso l’analisi dei gps installati sui veicoli e dei dati telefonici, gli investigatori hanno verificato che, in diversi casi, automobili e persone coinvolte si trovavano in luoghi completamente differenti rispetto a quelli indicati nelle denunce.
Elementi che hanno portato la procura a contestare una truffa superiore ai 100mila euro ai danni delle compagnie assicurative. Secondo l’accusa, ogni certificato medico falso sarebbe stato pagato circa 150 euro.
Altri 26 indagati
Oltre ai sei arrestati risultano indagate altre 26 persone. Le accuse contestate a vario titolo comprendono falso ideologico, falso in certificato medico, corruzione, favoreggiamento, frode assicurativa e tentato depistaggio. A Di Palo viene contestato anche il tentativo di cancellare da remoto il contenuto del telefono cellulare sequestrato dagli investigatori.
L’inchiesta si trova nella fase delle indagini preliminari e tutte le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del procedimento. Gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.











