Un racconto durissimo, scandito da accuse, paura, tensioni interne all’Ase e riferimenti continui al clima pesantissimo vissuto a Manfredonia dopo lo scioglimento per mafia del Comune nel 2019. È quella resa in aula da Raphael Rossi, ex amministratore unico dell’Ase, durante l’ultima udienza del processo “Giù le mani”, l’inchiesta di Procura di Foggia e Guardia di Finanza sui presunti intrecci tra politica, affari e criminalità nella città sipontina.
Davanti al collegio del Tribunale di Foggia, Rossi ha risposto prima alle domande del pm Galli e poi al controesame della difesa dell’imputato Michele Fatone, ex dipendente Ase detto “Racastill”, a processo insieme al figlio Raffaele Fatone per accuse che vanno dalla concussione alle lesioni, passando per stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori.
“Fatone si comportava da capo dell’azienda”
Rossi ha ricostruito il suo arrivo all’Ase durante il periodo commissariale seguito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Manfredonia.
“Operai una rotazione. Fatone aveva un fare che manifestava una supremazia sugli altri dipendenti e non lo confermai in quella funzione”, ha dichiarato in aula.
Secondo il manager, Michele Fatone avrebbe assunto atteggiamenti da referente interno dell’azienda anche davanti alla nuova governance.
“Alzò significativamente la voce per imporre la sua funzione di referente. Voleva presentarsi come il referente organizzativo davanti a me che in quel momento ero il suo datore di lavoro”.
Rossi ha descritto Fatone come un soggetto “prevaricatore e sopra le righe”, parlando di segnalazioni ricevute da diversi dipendenti relative a presunti episodi di violenza verbale e fisica.
“Mi disse: questa te la farò pagare”
Uno dei passaggi più pesanti della deposizione riguarda il momento in cui Rossi decise di spostare Fatone dall’organizzazione del personale alla gestione dell’ecocentro.
“Contestò la decisione, venne al primo piano e appoggiandosi alla mia porta disse: ‘Rossi grazie, questa te la farò pagare’. Poi diede un pugno alla porta e andò via”.
L’ex amministratore ha riferito di aver immediatamente segnalato l’episodio alle forze dell’ordine.
Poco tempo dopo, ha raccontato, arrivarono anche atti intimidatori.
“Ricevetti una busta con due proiettili. Informai anche il prefetto. Sospettai di Fatone ma non ho elementi per attribuire responsabilità a qualcuno per quella vicenda”.
“L’Ase era un veicolo di infiltrazioni mafiose”
Nel corso dell’udienza Rossi ha spiegato di aver tentato di modificare profondamente il sistema delle assunzioni interne all’azienda. “Ase era veicolo di infiltrazioni mafiose e adoperammo il concorso pubblico per l’assunzione di nuovo personale”.
Secondo quanto riferito dal teste, la famiglia Fatone avrebbe avuto una presenza molto forte all’interno della municipalizzata.
“Fatone era il factotum di Barbone, quasi l’amministratore di fatto dell’azienda”, ha detto riferendosi al precedente amministratore, definito “uomo di Angelo Riccardi”.
Rossi ha inoltre confermato vecchie dichiarazioni già agli atti dell’inchiesta nelle quali parlava di un’azienda “squallidamente diventata ammortizzatore sociale e poltronificio con logiche clientelari”.
I riferimenti ai clan e allo scioglimento per mafia
Tra i passaggi più delicati della deposizione anche quelli relativi ai presunti collegamenti con ambienti criminali.
Rossi ha ricordato che Michele Fatone veniva citato anche nella relazione sullo scioglimento per mafia del Comune di Manfredonia del 2019, dove comparivano riferimenti al clan dei montanari Li Bergolis-Miucci.
“Accertato un dipendente collegato al clan che ha picchiato due netturbini per dimostrare che il clan gestisce l’azienda con rigore. Il dipendente di cui parlavo è Michele Fatone”, ha dichiarato.
Il nome di Riccardi e il colloquio in commissariato
Particolarmente delicato anche il passaggio relativo all’ex sindaco Angelo Riccardi e a quanto sarebbe accaduto quando Rossi decise di riferire tutto alle forze dell’ordine. L’ex amministratore di Ase ha raccontato che Riccardi gli avrebbe detto “che fosse un errore non fidarmi di Fatone e che invece mi stavo fidando delle persone sbagliate”.
Una frase che Rossi ritenne abbastanza grave da essere riportata in commissariato durante una verbalizzazione. Ma proprio in quella circostanza, secondo quanto riferito in aula, avrebbe percepito atteggiamenti anomali da parte degli investigatori presenti.
Rossi ha spiegato di essersi presentato con uno scritto preparato in precedenza per ricostruire dettagliatamente la vicenda, comprese le frasi attribuite a Riccardi. Tuttavia, durante la verbalizzazione, avrebbe avuto l’impressione che quei riferimenti non venissero riportati con precisione.
“Mi fecero delle domande, ma nel verbale non vennero sufficientemente riportati i fatti relativi a Riccardi”, ha dichiarato.
Nel racconto dell’ex manager emerge anche il nome del poliziotto Matteo La Torre, all’epoca in servizio al commissariato di Manfredonia e che, secondo Rossi, sarebbe stato in contatto con l’ex sindaco Riccardi.
“Quando arrivò La Torre presero un po’ le distanze e tolsero tutte le domande facendomi fare un’unica dichiarazione”, ha riferito Rossi, spiegando di aver percepito un cambio di atteggiamento all’interno degli uffici di polizia.
“Mi resi conto che quel nome aveva un peso”, ha aggiunto in aula, confermando di aver successivamente raccontato tutto anche all’allora commissario straordinario del Comune di Manfredonia, Vittorio Piscitelli.
Il controesame della difesa
Nel controesame condotto dal difensore di Fatone, Rossi ha ribadito la propria versione dei fatti, tornando sugli atteggiamenti dell’imputato.
“Alzava la voce, agitava le sue mani grosse e si avvicinava agli altri senza mantenere un contegno che di solito i lavoratori devono avere con il proprio datore di lavoro”.
Secondo il teste, Fatone pretendeva di gestire direttamente l’organizzazione aziendale e reagiva con toni aggressivi alle decisioni della dirigenza.
Rossi ha inoltre ricordato che dopo il suo addio all’Ase, avvenuto durante l’amministrazione dell’ex sindaco Gianni Rotice, avrebbe continuato a subire episodi spiacevoli anche a Torino, pur senza attribuirli direttamente all’imputato. Infine, Rossi ha però ammesso di aver chiesto all’allora ingegnere Olivieri il reintegro di Fatone alla luce degli scarsi risultati e delle basse percentuali sulla raccolta differenziata.
Il processo “Giù le mani”, nato dal blitz del marzo 2024 della Guardia di Finanza e della Procura di Foggia, continua a scandagliare i presunti rapporti opachi tra municipalizzate, politica e ambienti criminali a Manfredonia. Tra gli imputati figurano, oltre ai Fatone, anche lo stesso Gianni Rotice, suo fratello Michele, l’ex assessore Angelo Salvemini, i fratelli Michele e Grazia Romito e altri protagonisti della vita politica e imprenditoriale sipontina.












