Aveva compiuto 29 anni il giorno prima di togliersi la vita. È stato trovato impiccato nella baracca in cui viveva da oltre cinque anni, nel ghetto di Torretta Antonacci, a San Severo, nelle campagne del Foggiano. Si chiamava Alagie Singathe, bracciante agricolo. La sua morte riaccende i riflettori sulle condizioni di vita dei lavoratori migranti e sulle responsabilità istituzionali denunciate dal sindacato Flai-Cgil.
La denuncia della Flai: “Vite spremute come pomodori”
Durissime le parole di Matteo Bellegoni, capo dipartimento Politiche Migratorie e Legalità della Flai-Cgil, che parla apertamente di responsabilità collettive. “C’è una similitudine brutale che si consuma nei campi. Da un lato, il pomodoro: colto, schiacciato, spremuto fino a diventare polpa pronta per il consumo. Dall’altro, la vita di chi quel frutto lo ha raccolto: vite spremute con brutale ferocia, svuotate di dignità e diritti, condotte fino alla soglia dell’annientamento”.
Il sindacato sottolinea come non si tratti di un gesto isolato, ma di un segnale che riguarda l’intero sistema. “Non è una questione privata, ma l’ennesima morte politica nell’Italia e nell’Europa dei diritti traditi. Impiccarsi a 29 anni in una baracca dentro un ghetto è un atto d’accusa contro una legislazione che colpevolizza chi migra”, aggiunge Bellegoni.
Le condizioni nei ghetti e il peso delle politiche migratorie
Secondo la Flai, la scelta estrema di Alagie Singathe è il risultato di un contesto che rende invisibili migliaia di lavoratori. “La scelta definitiva che ha compiuto è il risultato diretto di scelte che rendono le persone invisibili, negando loro lo status di lavoratori per confinarli in quello di clandestini, di delinquenti”, afferma Bellegoni.
Il riferimento è alle politiche migratorie europee e nazionali, accusate di non garantire diritti e protezione a chi lavora nei campi, lasciando spazio a sfruttamento e marginalizzazione.
Fango, baracche e isolamento: il contesto della tragedia
La tragedia si inserisce in un quadro già drammatico, aggravato dalle recenti ondate di maltempo che hanno colpito la Puglia. Nel ghetto di Torretta Antonacci le baracche sono state invase dal fango, rendendo ancora più precarie condizioni di vita già al limite.
Dal Gargano al Salento, spiegano dal sindacato, interi comparti agricoli sono stati messi in ginocchio, mentre i lavoratori continuano a vivere senza tutele, in strutture di fortuna.
“Mai più ghetti”: l’appello della Flai Puglia
A intervenire è anche Antonio Ligorio, segretario generale della Flai Puglia, che chiede un cambio netto. “Torretta Antonacci è oggi il simbolo di una doppia fragilità: quella di un territorio non curato e quella di un’umanità calpestata”.
E aggiunge: “Non accetteremo più il silenzio o la retorica della fatalità. È necessario un impegno chiaro per dire, una volta per tutte: mai più ghetti. Non è più accettabile parlare di fatalità quando da anni denunciamo condizioni di vita disumane nei ghetti agricoli, senza che ci sia stata una reale volontà di intervenire”.
Fondi Pnrr e accuse di immobilismo
La Flai punta il dito anche contro il mancato utilizzo dei fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Oltre 200 milioni di euro, destinati proprio al superamento dei ghetti, non sarebbero stati impiegati in modo efficace.
Secondo il sindacato, si tratta di risorse che avrebbero potuto incidere concretamente sulla vita di braccianti come Alagie Singathe, evitando situazioni di degrado e isolamento che continuano a ripetersi.
La morte del giovane riporta al centro del dibattito il tema del caporalato, delle condizioni nei ghetti e delle responsabilità politiche in un territorio dove il lavoro agricolo continua a poggiare su fragilità strutturali mai risolte.











