La Corte di Cassazione ha confermato il regime di carcere duro per Gennaro Giovanditto, respingendo il ricorso contro la proroga del 41-bis. Con una decisione depositata il 12 marzo 2026, i giudici hanno dichiarato inammissibile l’istanza presentata dal pregiudicato di San Nicandro Garganico, ritenendo pienamente legittimo il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Roma che aveva già rigettato il reclamo.
La decisione della Cassazione
Nel provvedimento, la Suprema Corte ha chiarito che non emergono violazioni di legge né carenze nella motivazione dell’ordinanza impugnata. I giudici hanno evidenziato come il controllo di legittimità si limiti proprio alla verifica di eventuali violazioni normative o all’assenza totale di motivazione, elementi che in questo caso non sono stati riscontrati.
Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, con conseguente condanna di Giovanditto al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3mila euro alla cassa delle ammende.
Il profilo criminale e il ruolo nel clan
Alla base della decisione, il lungo e grave curriculum criminale del detenuto, ritenuto figura apicale del sodalizio mafioso Ciavarrella, inserito nella più ampia organizzazione dei montanari Li Bergolis e protagonista, nel ruolo di killer, di una cruenta stagione di sangue a San Nicandro Garganico, scenario della lunga faida tra la famiglia Ciavarrella e la famiglia Tarantino.
Secondo i giudici, l’assenza di segnali di dissociazione, unita alla persistente operatività del clan, rende concreto il rischio che, senza il regime restrittivo, il boss possa riallacciare i contatti con l’organizzazione e tornare a esercitare il proprio ruolo.
Nell’ordinanza viene inoltre richiamata una consolidata valutazione: anche durante la detenzione, i capi mafia possono continuare a impartire ordini all’esterno, sfruttando familiari o soggetti autorizzati ai colloqui.
Una carriera criminale segnata da omicidi e traffici
La figura di Giovanditto emerge da anni come una delle più rilevanti nel panorama criminale del Gargano. Allevatore classe 1974, soprannominato “Jennaro scalfone”, è stato ritenuto un killer al servizio dei vertici storici della mafia garganica, tra cui Armando Li Bergolis, capo del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, anche lui al 41bis.
Nella maxi inchiesta “Iscaro-Saburo” fu condannato all’ergastolo per tre omicidi, tra cui il duplice delitto di Angelo e Vincenzo Fania, avvenuto nel 1999 nelle campagne di San Nicandro Garganico, e l’omicidio di Michele Tarantino nel 2001. Fu invece assolto per altri innumerevoli omicidi di cui venne accusato.
Le sentenze lo hanno descritto come elemento con funzioni organizzative, decisionali e operative, in grado di trasmettere ordini dal vertice alla base e di partecipare attivamente alle strategie del gruppo.
Le ultime condanne e il riconoscimento del metodo mafioso
Più recentemente, Giovanditto è stato condannato dal tribunale di Foggia a 8 anni e 6 mesi per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, insieme a Michele Scanzano, nell’ambito dell’operazione “Remake 2”.
Una sentenza considerata significativa perché, per la prima volta, ha riconosciuto la matrice mafiosa nelle estorsioni nel territorio del Gargano Nord, in parallelo con decisioni analoghe della Corte d’Appello di Bari su altri clan attivi nella zona.
Il quadro tracciato dai giudici
La Cassazione ha quindi ritenuto corretta la valutazione del Tribunale di sorveglianza, che aveva sottolineato la pericolosità attuale del detenuto, il suo ruolo di vertice e la capacità del clan di rimanere operativo.
Elementi che, secondo i giudici, giustificano la prosecuzione del regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, misura finalizzata proprio a interrompere i collegamenti tra detenuti e organizzazioni criminali.











